Un mese sull’isola di Taiwan: ricordi e riflessioni...
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L’ESPERIENZA MISSIONARIA CHE HA CAMBIATO LA MIA VITA
di Sandra Cervone
A quasi tredici anni di distanza è difficile raccontare come fu che, senza conoscere né l’inglese né tanto meno il cinese, mi ritrovai sull’isola di Taiwan, pronta a vivere la mia piccola "esperienza missionaria". Circa un mese di condivisione della vita quotidiana di padre Gaetano Matera che, in quell’agosto del 1989, era direttore del distretto missionario di Chishan, vivace cittadina di 35mila abitanti, situata a 40 Km da Kaohsiung, a Sud dell’isola che somiglia ad una foglia di tabacco.
Ricordo che l’anno prima, ai piedi del letto di mia madre morente, le avevo detto che sarei "partita"… glielo avevo quasi promesso… anche se lei, con un cancro al cervello, non poteva più parlare e, probabilmente, neppure capire…
Mia madre se n’è tornata in cielo a giugno del 1988 ed io, nell’ottobre dello stesso anno, ho iniziato il mio corso di preparazione missionaria presso il PIME di Napoli, con un’associazione che si chiamava "Africa oggi". Tanti ragazzi, tanti sogni, tante paure, tanta voglia di impegnarsi, di "concretizzare" la fede…
La terza domenica di ogni mese ci riunivamo per discutere ed approfondire temi "missionari", per vedere diapositive e ascoltare esperienze di sacerdoti e laici impegnati per le missioni. E poi c’erano gli incontri con i terzomondiali, i portatori di handicap, gli appartenenti ad altre religioni. Ricordo con particolare entusiasmo l’esperienza del ritiro "ecumenico" di Natale! Abbiamo pregato assieme a giovani di altre religioni presenti a Napoli e nel circondario. I nostri animatori erano Padre Ivo Cavagna e Padre Gianni Criveller, ma è di quest’ultimo che mi ricordo di più perché è con lui che ho sostenuto il mio "esame d’ammissione" al campo estivo in terra di missine. Avevo chiesto di partire per il Bangladesh… mi spedirono sull’isola di Formosa!
Tutti partivano a gruppi di dieci… il mio gruppo era di due persone: io e Daria Lubrano, assegnate alla missione di Chishan, dove c’erano padre Gaetano Matera, padre Paolo Spanghero e padre Antonio Sergianni. "Vi occuperete di bambini e visiterete le famiglie cattoliche" ci avevano detto e noi partimmo senza chiedere nulla di più. Incoscienti ed entusiaste. Daria appena ventenne, frequentava il secondo anno di Università; io avevo 27 anni e tanta sofferenza alle spalle. La morte di mamma, prima di tutto, ma anche i ricordi struggenti di due storie d’amore frantumatesi tra fiumi di lacrime e tanta tanta solitudine. E poi c’erano gli interrogativi per il futuro, sulla svolta che doveva prendere la mia vita.
Eccoci sull’aereo, la scatenatissima Daria e la timidissima Sandra, animate da tanto improvviso coraggio e tante buone intenzioni. "Cinesi, a noi!" Volevamo convertirli tutti con le nostre azioni, il nostro sorriso, il savoir faire…
All’aeroporto,però, fra tanti occhi a mandorla che ci guardavano curiosi, ci siamo sentite piccolissime e impotenti. Di "occidentale" non c’eravamo che noi e quei due preti con gli occhiali che ci facevano segno sorridendo…
E poi il viaggio in macchina fino a Chishan (il paese delle banane) l’ingresso in missione, la conoscenza con tutti gli ospiti che vi alloggiavano e soprattutto con padre Gaetano che sarebbe stato il nostro "tutore".
Tutto quello che avremmo dovuto "fare" era "essere": noi stesse, con difficoltà e timore, ma anche con gioia e entusiasmo.
Eccoci, quindi, ad aiutare i missionari nel ricopiare gli accenti giusti sulle parole cinesi dei libretti della messa, eccoci con stracci e ramazze a rendere più accogliente la bella chiesa di San Giuseppe per il battesimo di una taiwanese di oltre 70 anni…
E poi i mille giochi con i bambini del catechismo, l’amicizia con la catechista Su Yue Mei (Assunta), i racconti di padre Giorgio, padre Gilberto ed altri missionari di passaggio, le visite ai templi buddisti e taoisti, la straordinaria esperienza di due famiglie neocatecumenali di Firenze che da due anni vivevano così lontano da casa, cercando di integrarsi il più possibile nella società cinese. I loro bambini (12 in tutto!) andavano a scuola con i coetanei del posto, studiando la loro lingua, la storia e la cultura. Tante difficoltà ma tanta voglia di farcela, di portare avanti una particolare missione in una realtà sociale dove riescono benissimo a convivere tradizioni antichissime e cultura capitalista. Insegne luminose, supermercati, grattacieli, macchine di grossa cilindrata e motorini ma anche altarini con le offerte votive, templi di ogni dimensione, simboli buddisti o taoisti mescolati con immagini proprie del confucianesimo o delle più antiche religioni popolari. Tutto riusciva a integrarsi senza stonare ed anche la nostra presenza in missione era accolta con larghi sorrisi e profondi inchini, senza troppe curiosità e domande. Lo straniero porta fortuna e la nostra "diversità" diventava oggetto di simpatia ed anche di qualche imbarazzo come quando le madri sporgevano verso noi i loro figli più piccoli per chiedere una carezza propiziatoria alle due "bianche"! Per non parlare delle occhiate divertite di quanti ci vedevano impacciate nell’usare i tipici bastoncini che sostituiscono le nostre posate o magari posizionarli male nella scodellina del riso, col rischio di "offendere gli spiriti"! Noi che eravamo partite per "convertire" eravamo state conquistate dalla gentilezza di quelle persone, dalla semplicità dei loro comportamenti. E, perché no, dalla loro umanità fatta anche di limiti e debolezze. Come la nostra. Pochi cattolici, è vero, ma tanta cordialità e voglia di dialogo. I missionari infatti si sforzano proprio di promuovere il dialogo interculturale e interreligioso prima di affrontare il discorso vero e proprio dell’evangelizzazione. Padre Matera raggiungeva i villaggi intorno a Chishan per insegnare l'inglese sia ai ragazzi che agli adulti: un modo per avvicinare i non cristiani e stabilire un legame di stima e amicizia. Gettare semi e aspettare che germoglino. Ed essere fiduciosi nel raccolto. Le giornate del missionario erano soprattutto questo: preghiera e attesa, ascolto, condivisione, amicizia, dialogo. Giocare coi bambini, soccorrere gli ammalati, chiacchierare con gli scettici, annunciare la Parola, insegnare l’inglese, raggiungere una casetta isolata per portare la Comunione ad un moribondo… Era questo il lavoro di padre Matera e noi lo seguivamo nei suoi lunghi tragitti in macchina, cantando per lui le canzoni degli anni Sessanta per fargli sentire un po’ più vicina l’Italia e la nostra riconoscenza. La nostra esperienza è stata sicuramente diversa da come ce l’eravamo immaginata ed è stata una tappa fondamentale nella mia vita e della mia crescita spirituale. Mi ha insegnato che la missione è davvero un "partire" ma dalla "terra" delle proprie convinzioni e chiusure; ed è davvero un "andare" ma verso l’altro che non devo cambiare ma accettare, così com’è, imparando a "dialogare" con lui anche senza bisogno di parole! Con gli occhi a mandorla o con la pelle chiara o scura: tutti gli uomini sono veramente uguali ed in cammino verso la scoperta di se stessi e del senso da dare alla loro vita.