Leone, toscano di origine, ma romano di formazione e mentalità, è il più illustre pontefice del secolo V. Esercitò un'azione decisiva sul destino della Chiesa e dell'impero, con una grande coscienza del suo ruolo di successore di Pietro. Eletto pontefice nel 440, resse la Chiesa per ventun anni: fu strenuo difensore della fede contro gli eretici nestoriani, manichei e pelagiani e primo in assoluto nella difesa del dogma dell'incarnazione del Verbo, fra i padri del concilio di Calcedonia (451) contro l'errore di Eutiche. Per le sorti d'Italia Leone condusse a buon fine due ambasciate politiche presso Attila, re degli Unni, cui andò incontro sul Mincio, vicino a Mantova (452), e presso Alarico re dei Vandali a Roma (455). Oratore e scrittore, questo papa commentò le maggiori solennità liturgiche con discorsi mirabili per espressione e contenuto.
Dai «Discorsi»
(Disc. sull'Ascensione, 24; PL 54, 395-396)
I giorni tra la risurrezione
e l'ascensione del Signore
Miei cari, i giorni intercorsi tra la risurrezione del Signore e la sua
ascensione, non sono passati inutilmente, ma in essi sono stati confermati
grandi misteri e sono state rivelate grandi verità.
Venne eliminato il timore di una morte crudele, e venne annunziata non solo
l'immortalità dell'anima, ma anche quella del corpo. Durante quei giorni, in
virtù del soffio divino, venne effuso su tutti gli apostoli lo Spirito Santo, e
san Pietro apostolo, dopo la consegna delle chiavi del Regno, venne affidata la
cura suprema del gregge del Signore.
In questi giorni il Signore si unisce, come terzo, ai due discepoli lungo il
cammino, e per dissipare in noi ogni ombra di incertezza, biasima la fede
languida di quei due spaventati e trepidanti. Quei cuori da lui illuminati
s'infiammano di fede e, mentre prima erano freddi, diventano ardenti, man mano
che il Signore spiega loro le Scritture. Quando egli spezza il pane, anche lo
sguardo di quei commensali si apre. Si aprono gli occhi dei due discepoli come
quelli dei progenitori. Ma quanto più felicemente gli occhi dei due discepoli
dinanzi alla glorificazione della propria natura, manifestata in Cristo, che gli
occhi dei progenitori dinanzi alla vergogna della propria prevaricazione!
Perciò, o miei cari, durante tutto questo tempo trascorso tra la risurrezione
del Signore e la sua ascensione, la divina Provvidenza questo ha avuto di mira,
questo ha comunicato, questo ha voluto insinuare negli occhi e nei cuori dei
suoi: la ferma certezza che il Signore Gesù Cristo era veramente risuscitato,
come realmente era nato, realmente aveva patito ed era realmente morto.
Perciò
i santi apostoli e tutti i discepoli che avevano trepidato per la tragedia della
croce ed erano dubbiosi nel credere alla risurrezione, furono talmente
rinfrancati dall'evidenza della verità, che, al momento in cui il Signore
saliva nell'alto dei cieli, non solo non ne furono affatto rattristati, ma anzi
furono ricolmi di grande gioia.
Ed avevano davvero un grande e ineffabile motivo di rallegrarsi. Essi infatti,
insieme a quella folla fortunata, contemplavano la natura umana mentre saliva ad
una dignità superiore a quella delle creature celesti. Essa oltrepassava le
gerarchie angeliche, per essere innalzata al di sopra della sublimità degli
arcangeli, senza incontrare a nessun livello per quanto alto, un limite alla sua
ascesa. Infine, chiamata a prender posto presso l'eterno Padre, venne associata
a lui nel trono della gloria, mentre era unita alla sua natura nella Persona del
Figlio.
Dai «Discorsi»
(Disc. 2 sull'Ascensione 1, 4; PL 54, 397-399)
L'Ascensione del Signore accresce la nostra fede
Nella festa di Pasqua la risurrezione del Signore è stata per noi motivo di
grande letizia. Così ora è causa di ineffabile gioia la sua ascensione al
cielo. Oggi infatti ricordiamo e celebriamo il giorno in cui la nostra povera
natura è stata elevata in Cristo fino al trono di Dio Padre, al di sopra di
tutte le milizie celesti, sopra tutte le gerarchie angeliche, sopra l'altezza di
tutte le potestà. L'intera esistenza cristiana si fonda e si eleva su una
arcana serie di azioni divine per le quali l'amore di Dio rivela maggiormente
tutti i suoi prodigi. Pur trattandosi di misteri che trascendono la percezione
umana e che ispirano un profondo timore riverenziale, non per questo vien meno
la fede, vacilla la speranza e si raffredda la carità.
Credere senza esitare a ciò che sfugge alla vista materiale e fissare il
desiderio là dove non si può arrivare con lo sguardo, è forza di cuori
veramente grandi e luce di anime salde. Del resto, come potrebbe nascere nei
nostri cuori la carità, come potrebbe l'uomo essere giustificato per mezzo
della fede, se il mondo della salvezza dovesse consistere solo in quelle cose
che cadono sotto i nostri sensi?
Perciò quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti
sacramentali. Perché poi la fede risultasse più autentica e ferma, alla
osservazione diretta è succeduto il magistero, la cui autorità avrebbero ormai
seguito i cuori dei fedeli, rischiarati dalla luce suprema.
Questa fede si accrebbe con l'ascensione del Signore e fu resa ancor più salda
dal dono dello Spirito Santo. Non riuscirono ad eliminarla con il loro spavento
né le catene, né il carcere, né l'esilio, né la fame o il fuoco, né i morsi
delle fiere, né i supplizi più raffinati, escogitati dalla crudeltà dei
persecutori. Per questa fede in ogni parte del mondo hanno combattuto fino a
versare il sangue, non solo uomini, ma anche donne; non solo fanciulli, ma anche
tenere fanciulle. Questa fede ha messo in fuga i demoni, ha vinto le malattie,
ha risuscitato i morti.
Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché
istruiti da tanti discorsi, s'erano lasciati atterrire dalla tremenda passione
del Signore ed avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua
risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall'ascensione del
Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La
loro anima era tutta rivolta a contemplare la
divinità del Cristo, assiso alla destra del Padre. Non erano più impediti, per
la presenza visibile del suo corpo, dal fissare lo sguardo della mente nel
Verbo, che, pur discendendo dal Padre, non l'aveva mai lasciato, e, pur
risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli.
Proprio allora, o dilettissimi, il Figlio dell'uomo si diede a conoscere nella
maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella
gloria della maestà del Padre, e cominciò in modo ineffabile a farsi più
presente per la sua divinità, lui che, nella sua umanità visibile, si era
fatto più distante da noi.
Allora la fede, più illuminata, fu in condizione di percepire in misura sempre
maggiore l'identità del Figlio con il Padre, e cominciò a non aver più
bisogno di toccare nel Cristo quella sostanza corporea, secondo la quale è
inferiore al Padre. Infatti, pur rimanendo nel Cristo glorificato la natura del
corpo, la fede dei credenti era condotta in quella sfera in cui avrebbe potuto
toccare l'Unigenito uguale al Padre, non più per contatto fisico, ma per la
contemplazione dello spirito.
Dai «Discorsi»
(Disc. 12 sulla passione, 3, 6, 7; Pl 54, 355-357)
Cristo vivente nella sua Chiesa
Carissimi, il Figlio di Dio ha assunto la natura umana con una unione così
intima da essere l'unico ed identico Cristo non soltanto in colui, che è il
primogenito di ogni creatura, ma anche in tutti i suoi santi. E come non si può
separare il Capo dalle membra, così le membra non si possono separare dal Capo.
E se è vero che, non è proprio di questa vita, ma di quella eterna, che Dio
sia tutto in tutti, è anche vero che fin d'ora egli abita inseparabilmente il
suo tempio, che è la Chiesa. Lo promise con le parole: «Ecco, io sono con voi
tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Tutto questo dunque che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la
riconciliazione del mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sua
azioni passate, ma lo sentiamo anche nell'efficacia di ciò che egli compie al
presente.
E' lui che, come è nato per opera dello Spirito Santo da una vergine madre, così
rende feconda la Chiesa, sua Sposa illibata, con il soffio vitale dello stesso
Spirito, perché mediante la rinascita del battesimo, venga generata una
moltitudine innumerevole di figli di Dio. Di costoro è scritto: «Non da
sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati
generati» (Gv 1, 13).
E' in lui che viene benedetta la discendenza di Abramo, e tutto il mondo riceve
l'adozione divina. Il Patriarca diventa padre delle genti, ma i figli della
promessa nascono dalla fede, non dalla carne.
E' lui che, eliminando ogni discriminazione di popoli, e radunando tutti da ogni
nazione, forma di tante pecorelle un solo gregge santo. Così ogni giorno compie
quanto aveva già promesso, dicendo: «E ho altre pecore, che non sono di questo
ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce, e diventeranno
un solo gregge e un solo pastore» (Gv 10, 16).
Sebbene infatti egli dica particolarmente a Pietro: «Pasci le mie pecorelle»
(Gv 21, 17), nondimeno tutta l'attività dei pastori è guidata e sorretta da
lui solo, il Signore. E' lui che, con pascoli ubertosi e ridenti, nutre tutti
coloro che vengono a questa Pietra. Cosicché innumerevoli pecorelle,
fortificate dalla sovrabbondanza dell'amore, non esitano ad affrontare la morte
per la causa del loro Pastore, come egli, il buon Pastore, si è degnato di dare
la propria vita per le stesse pecorelle.
Partecipi della sua passione sono non solo i martiri forti e gloriosi, ma anche
i fedeli che rinascono, e già nell'atto stesso della loro rigenerazione.
E' questo il motivo per cui la Pasqua viene celebrata, secondo la Legge, negli
azzimi della purezza e della verità: la nuova creatura, getta via il fermento
della sua malvagità e si inebria e si nutre del Signore stesso.
La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo, a farci rivestire in tutto, nel corpo e nello spirito, di colui nel quale siamo morti, siamo stati sepolti e siamo risuscitati.