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DALLA CAMBOGIA ALL'ITALIA, P. ALBERTO CACCARO

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"MIO PAPÀ..."

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Somma Lombardo, 16 Settembre 2011

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"... Se ne va il giorno
e l’uomo
e la vita ch’è in loro,
avendo e non avendo
saputo qual è stata la sua parte...
ma è stata – lei lo sa – .
È stata
e questo la fa piangere
talora di grazia e di letizia".

( MARIO LUZI )

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Mi commuove la tenacia dei bambini Cambogiani nel portare al pascolo mucche e bufali di famiglia! A scuola fino alle undici, poi di corsa a casa, un piatto di riso e un pesciolino, acchiappato il giorno prima, o essiccato mesi addietro, e via a comandar due, tre, forse più bufali, verso pascoli spesso molto lontani dai loro villaggi. Girovaghi fino all’imbrunire, ritornano a casa, stanchi, assetati, e senza più la luce del sole per fare i compiti. Forse di età compresa fra i sei e i dieci anni, non riescono mai a superare in altezza il dorso dell’animale che pascolano. Io li vedevo, questi bambini, mentre mi spostavo in moto da un villaggio all’altro. Mi colpiva la sproporzione tra gli animali e i loro piccoli pastori, ai quali non restava che mettersi a cavalcioni e gironzolare, tra le risaie, i fossi e le distese pianeggianti, nell’immobile, silenziosa, solitaria campagna Cambogiana. Ora che sono lontano, non distinguo più questi piccoli in cerca di pascoli erbosi, che guardano l’orizzonte dalla cima di un bufalo, dal grande Leopardi nel suo: "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia". Perché entrambi pastori, ed io come loro, erranti, a domandare alla Luna: "Il perché delle cose, (...) / Del mattin, della sera, / Del tacito, infinito andar del tempo". Mi ricordano l’infanzia semplice, contadina, laboriosa e coraggiosa di mio padre.
Il pensiero di loro mi sovviene ora che papà non c’è più! Si è spento all’alba di Giovedì Primo Settembre, stroncato da un male incurabile. Aveva ottant’anni. "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!", si legge nel "Libro di Giobbe" ("Gb 1,21"). Ed è vero! Nel caso di mio padre, il Signore ha dato, perché papà ha vissuto a lungo, intensamente, lavorando e amando i suoi che erano con lui. Ma rimangono le struggenti, assillanti domande del "pastore errante" su: "Questo viver terreno, / Il patir nostro, il sospirar, che sia; / Che sia questo morir, questo supremo / Scolorar del sembiante, / E perir dalla terra, e venir meno / Ad ogni usata, amante compagnia".
Nel momento del "trapasso", ero seduto accanto a papà, con mio fratello e mia sorella. Avrei voluto sussurragli parole di fede, ma papà si era già preparato al passaggio, con le visite frequenti del nostro Parroco e l’Eucarestia ricevuta il giorno prima. Restava però ancora un’ultima parola. Avrei voluto sussurragli il nome di sua mamma, la Nonna Maria : "Vai, Papà, di là c’è la Nonna Maria!". Mia nonna amava molto mio papà, perché era il primo dei suoi dodici figli e forse quello che più l’aveva aiutata nel crescere gli altri undici. Le mie zie mi dicevano che papà non era mai stato bambino, e che aveva dovuto rimboccarsi le maniche molto presto. Nell’ultimo istante di questa sua vita, mi sembrava così indifeso che solo il nome della sua mamma avrebbe potuto recargli conforto. E così, il pensiero vivo della nonna, papà che ci stava lasciando, la voce di mia zia che, avendo perso un figlio in giovane età, chiedeva ora a mio papà di andare di là a cercarlo, tutto mi faceva percepire la realtà della Comunione dei Santi. Non sapevo più se mi trovavo su questo mondo o già, nella fede, in quello futuro. Non più due, il Cielo e la Terra, ma l’unico Mistero di Dio. Ho percepito in modo chiaro, trasparente, quell’"azione per cui la carità cresce invisibile in mezzo a noi, intrecciando i vivi e i morti" (Flannery O’Connor, "Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere", Milano 2011, pag. 100), che la Chiesa chiama Comunione dei Santi. Finalmente Dio e l’uomo, l’uno il mondo dell’altro, l’uno il destino dell’altro, e "la certezza che / non c'è differenza tra vita / e non vita, ed ogni apparenza di morte non è, / nell'esistere, che un / confidare la carità / del vissuto a ciò che sempre vivrà" (Carlo Betocchi).
Si è chiusa una pagina importante della nostra storia, mi diceva un’altra zia! Per questo mi sono messo a leggere quella pagina, per cercare le parole che papà aveva scritte. Ho trovato la parola "fatica". Papà ha sempre lavorato e accettato ogni sorta di fatica, perché tutti avessero il necessario, ed il lavoro fosse svolto nel migliore dei modi. Ha sempre costruito case e lo ha fatto con tutto se stesso, con devozione, sempre pronto al sacrificio di sé. Non ha mai ambito a guadagni facili o compromessi di sorta, ma ha fatto del suo lavoro l’occasione per rispondere alla chiamata di Dio. Lì ho perfettamente capito che "... Dio non è lontano da noi, fuori della sfera tangibile; ma ci aspetta ad ogni istante nell’azione, nell’opera del momento. In qualche maniera, è sulla punta della mia penna, del mio piccone, del mio pennello, del mio ago, – del mio cuore, del mio pensiero. È portando sino all’ultima perfezione naturale il tratto, il colpo, il punto al quale mi sto dedicando, che coglierò la Meta ultima cui tende il mio volere profondo!" (P. Teilhard de Chardin, "L’ambiente divino", Brescia 2003). Papà, lavorando, si è fatto uno con Dio Creatore, che continuamente concede a questo mondo di passare dalle tenebre alla luce. Chi lavora onestamente e non teme la fatica, aiuta questo mondo a passare dalle tenebre alla luce, fino alla piena maturità di Cristo. Lavorare è creare, come Dio. Papà era un uomo integro!
In quella pagina ho poi trovato la parola "famiglia". La sua famiglia di dodici fratelli e sorelle, e poi le rispettive famiglie a seguire. Papà ha sempre costruito e difeso l’unità di questa grande famiglia, il suo venir prima dei beni, mobili e immobili. È stato il padre di tutti, attento alle esigenze di ciascuno e capace di custodire la casa dalle parole inutili e vuote. Se la sua fede mi ha dato la Vocazione, posso dire che la sua famiglia, numerosa, aperta e solidale, mi ha dato la Missione. Ma papà è stato soprattutto sposo fedele per quarantotto anni, accettando i confini che la mamma gli tracciava. Sono stati l’uno il mondo dell’altra. Mentre, ora, vedo che la mamma è sola. E la sua solitudine mi parla... La ascolto ricordare gli ultimi mesi di vita di papà, insieme a tanti altri ricordi che spero, come le stelle del cielo, possano rendere meno impaziente l’attesa della Vita Eterna. La famiglia, che mio padre ha costruito per noi, era ed è casa. Ne ha edificato le mura e ha saputo abitarla. Papà era un uomo integro!
Ed infine, la "fede"! Papà ci ha trasmesso la fede. Dice bene Recalcati, l’educazione è un problema di "trasmissione": "una generazione deve donare all'altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire". La fede in Dio di papà è sempre stata in lui modestia, senso del limite, "possibile unione di Legge e desiderio" (Massimo Recalcati, "Cosa resta del padre?", Milano 2011), affidamento a Dio e certezza nella possibilità di un futuro buono. Ha vissuto una fedeltà alla Messa Domenicale pari solo alla fedeltà che ha avuto nei confronti di mia madre. Per questo abbiamo imparato che c’è un nesso tra il "talamo nuziale" e l’Altare, così come abbiamo compreso l’importanza della Santa Messa, anche se, quando ancora piccoli ci portava, non capivamo niente... Ha avuto un rispetto profondo per i Sacerdoti che visitavano la nostra casa ed era contento, orgoglioso della mia scelta Sacerdotale e Missionaria. Custodendo gli atteggiamenti e la fede che furono di nostra nonna e sua mamma, Maria, noi figli abbiamo sempre sentito che: "Il mondo è carico della grandezza di Dio!" (G. M. Hopkins). Papà era un uomo integro!
Anche il rifacimento del tetto della nostra Basilica ad opera di papà, motivo di grande orgoglio, è carico di significato. Papà ha rifatto quel tetto per proteggere la Chiesa dalle intemperie del tempo, così come ha saputo custodire e proteggere la fede in Dio dentro di noi. Ecco: la fatica, la famiglia, la fede, sono le parole che ho trovato scritte da nostro Padre, Giuliano! Per questo gli siamo grati, fratelli e sorelle, figli e nipoti, parenti ed amici, "avendo saputo qual è stata la sua parte...".
"È stata / e questo ci fa piangere / talora di grazia e di letizia!".
A presto, Papà!
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P. Alberto Caccaro