Due
"lettere" dalle "periferie" di Dhaka,
la "capitale" del Bangladesh.
Storie di "miseria" e "sofferenza", ma anche di
"amore", "condivisione" e "fiducia".
"Fiducia" e "speranza" in chi è pronto a dare e ad aiutare.
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P.
PAOLO BALLAN
("Missionari
del Pime", Febbraio 2010)
Si chiama Paola, il viso
è noto da parecchio tempo, perché è sempre presente alla "Messa
domenicale". Però, al di là di qualche parola di circostanza, non avevo
mai avuto occasione di conoscere qualcosa della sua vita. Guardando l’elenco
delle famiglie "povere" della "Parrocchia", incrocio il suo
nome. Faccio una piccola "indagine" e scopro che vive da sola a Mirpur,
che è stata sposata, ma ora è "separata" e nulla più. Una Domenica
le chiedo l’indirizzo per andarla a trovare a casa sua. Mi guarda un po’
sorpresa, e poi con gioia mi dà l’indirizzo: "Veramente, Padre, verrà a
trovarmi? Sa, non viene mai nessuno…".
Ed ecco che, con l’indirizzo in mano e accompagnato dal
"catechista", vado in cerca della sua abitazione per le vie di Mirpur:
"Jhonata House, 155". Troviamo il numero 151, il numero 153, poi 157,
ma il 155 niente… Chiediamo a destra e a sinistra, ma nessuno sa dove si trovi
questo benedetto 155. Dopo più di un’ora d’infruttuosa ricerca, si torna in
"Parrocchia" delusi.
La Domenica successiva, per la Messa, riappare Paola. Le dico della
"disavventura" precedente e così ci si accorda affinché sia lei a
venirmi a prendere. Paola è una "prosperosa" signora di trent’anni.
Per evitare pericolosi "malintesi", mi faccio accompagnare anche da
una "Suora". Paola ci accompagna a casa sua al numero 155, che
ovviamente si trova in tutt’altra parte rispetto alla zona in cui l’avevo
cercata: in mezzo ai "numeri civici" 73 e 77 (non chiedetemi la
"logica" dell’attribuzione dei "numeri civici" in Mirpur,
perché per me è un oscuro e irritante "mistero"). Entriamo nella sua
stanza. Oltre al letto a una "piazza", non c’è posto per null’altro.
In quel momento eravamo in tre nella sua abitazione, e uno di noi doveva restare
in piedi. I muri umidi. Dal tetto in "lamiera" scendeva continuamente
una "goccia", che con il suo rumore scandiva il tempo che passava.
Niente televisione. Questo mi sorprende perché di solito in tutte le case,
anche le più "misere", questo "accessorio domestico" fa
sentire sempre la sua presenza. Forse tra i membri della mia
"comunità", quell’abitazione è tra le peggiori. Iniziamo a
colloquiare. Le chiedo un po’ della sua storia. Matrimonio "fallito"
alle spalle, "celebrato" in qualche modo (non "regolare").
Una figlia che lei ha affidato ai "Testimoni di Geova" (perché non
sapeva come altro fare), per la crescita ed educazione. Una figlia che non
potrà rivedere, fino a che la bambina non avrà raggiunto la "maggiore
età". Per cui è da cinque anni che non ha contatti con lei e si
accontenta di vedere la foto che, ogni anno, il "centro" le fa
pervenire. Una foto che lei mi fa vedere con orgoglio, insieme alla sua, che ha
spedito affinché la bambina si ricordi che, in qualche parte del Bangladesh, ha
una madre che l’aspetta. Le ho chiesto perché non torna al
"villaggio" dalla madre e dai suoi due fratelli. Mi ha risposto che
per lei non c’è cibo e che se torna al "villaggio" sarebbe
costretta a sposarsi nuovamente con qualche uomo "handicappato", o
"vedovo", o... Ma lei non vuole sposarsi nuovamente, vuole solo
aspettare sua figlia, che tornerà, quando avrà 18 anni. "Ma se ti ammali,
chi ti aiuterà?", le chiedo. Mi risponde: "Dio provvede, e poi lei
non lo sa, Padre, ma io ho il suo numero di telefono!". Si mette a ridere
con un po’ di vergogna, quasi che quel numero lo avesse rubato.
Carissimi, la "fede" è aspettare qualcuno che arriverà: per Paola è
sua figlia che spera di rivedere fra tredici anni (un lungo "avvento"
pieno di paure). Credere è coltivare la "speranza" che nel bisogno
qualcuno, un "salvatore", si farà vivo. Per questo si custodisce un
numero di telefono, la nostra "preghiera quotidiana", che alimenta
questa "speranza" e che ci fa sentire meno soli e più sicuri!