"MISSIONE PAPUA"

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Padre Giorgio Bonazzoli è in Papua Nuova Guinea dal 1993.
"Insegnante" di "Teologia", nel "Seminario Maggiore" di Rabaul:
più di cento "Alunni", per sei "Diocesi".

P. GIORGIO BONAZZOLI, Missionario del Pime in Papua Nuova Guinea!

P. Piero Gheddo
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre 2011)

La Papua Nuova Guinea, estesa due volte l’Italia, con 6,5 milioni di abitanti, è indipendente dall’Australia dal 1975 e la "Costituzione" dice che è «una Nazione Cristiana»! Il 70-75% degli abitanti sono Battezzati: il 30% Cattolici, gli altri Protestanti di varie Chiese e "Sette". I Missionari erano presenti già a metà dell’"Ottocento" (nel 1855 il "Pime" ebbe il Martire "Beato" Giovanni Mazzucconi), ma l’Evangelizzazione, praticamente iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, è ancora molto superficiale.
Padre Giorgio Bonazzoli racconta: «La formazione dei minori è questa... A quattro, cinque anni, bambini e bambine vanno fuori di casa e vivono nella "House Boy", la "Casa del Ragazzo", od in quella delle "Ragazze". Non sono educati dai genitori, ma si formano vivendo con altri della loro età, per imparare a cavarsela da soli. Qui c’è la Famiglia allargata. Non solo papà e mamma, ma anche nonni, zie, zii, cugini, fratelli, sorelle! Tutti si prendono cura del minore, ma in pratica deve decidere da solo. È una Società nella quale fin da piccoli vincono i più forti, gli altri sono perdenti e si rassegnano. I genitori vogliono bene ai loro figli ma, secondo la mentalità comune, ciascuno pensa a se stesso. Se il bambino od il ragazzo dà fastidio, lo puniscono in modo anche violento, lo picchiano, gli danno pugni o calci. Il Governo ha emesso una "Legge" che proibisce ai genitori di punire fisicamente i figli, i quali possono denunciarli se subiscono violenze. Così, vivendo da solo, il ragazzino fa quel che vuole, nessuno lo corregge! Se resiste, diventa una personalità forte, altrimenti rimane un debole che poi è oppresso dalla Società. I ragazzi crescono con le loro idee, le loro reazioni, le loro abitudini, ciascuno secondo il suo carattere. Anche le ragazze crescono allo stesso modo. Interessa la propria persona, l’altro non interessa: può farti del male, non è visto come qualcuno su cui puoi contare, ma come un potenziale nemico!».
Dico a Padre Giorgio che nei Testi di Etnologia si legge che questi Popoli, cosiddetti "primitivi", hanno un forte senso Comunitario: è vero o no?
«Certo, hanno il senso Comunitario – dice Giorgio – , ma in modo diverso dal nostro: è limitato a quelli che fanno parte del "Clan", della grande Famiglia. Si fanno le Feste comuni, si danza assieme, e cose di questo genere. Ma chi non fa parte della grande Famiglia non esiste, non interessa. Questo non ha niente a che fare col nostro modo di intendere la "Socialità" che si estende a tutti, non solo ai "Consanguinei". Quando i giovani, formati in questo modo, arrivano in Teologia, la loro mentalità di fondo rimane ben forte. Se rimproveri un Alunno, ti dice di "Sì" perché teme di essere punito, ma poi fa quel che vuole. In qualunque cosa io li richiami, ribattono dicendomi: "È la nostra Cultura!". La Cultura diventata così il pretesto per fare ciò che si vuole. Manca il senso dello Stato e del bene comune. Quando dico queste cose ai miei Seminaristi, mi ascoltano, ma non dicono niente. Questo lo dico per far capire quanto è difficile la Formazione di un Prete! Anche per loro è forte il legame con la propria grande Famiglia, il "Clan", gli Spiriti... Con questo tipo di Cultura è difficile formare un buon Cristiano. Poi ci sono anche i buoni Cristiani, convinti! Ma spesso sono buoni e fervorosi finché c’è la spinta del Prete, i buoni esempi attorno a loro, cioè finché hanno benzina nel motore. Quando cambia la situazione, quando finisce la spinta esterna, la macchina si ferma. Sono brava gente, ma non hanno assimilato i Valori Cristiani: nel profondo rimangono più o meno quelli di prima! In pochi decenni, non è possibile passare da una Cultura e mentalità Pagana, ad una Cristiana autentica. Lo Spirito Santo può fare anche questo, ma sono casi singoli, esemplari, non comuni. Questa è una sfida per noi Educatori e per l’Autorità Ecclesiastica – continua Padre Bonazzoli – . Hanno la capacità di diventare Preti, con sincerità e fervore, ma il Sacerdote è visto come il "Capo", colui che comanda e dispone. Deve essere furbo, fare i suoi interessi. Non è il motivo principale per cui si fanno Preti, ma il secondo sì: diventi "Capo", quindi avrai molte cose a disposizione e questo servirà ai tuoi Parenti, al tuo "Clan", al tuo Villaggio... È una mentalità considerata naturale, giusta! Quando diventano Preti o Professori, entrano nella parte di chi comanda e si fa servire. Prima loro hanno servito chi era a "Capo", adesso che sei tu il "Capo" devi farti servire! Non lo fanno per egoismo o superbia, ma perché debbono entrare nella loro parte. In questo grado di maturazione Cristiana, la visione del Prete non può essere diversa, perché è quello che tutti si aspettano da te... Lo Spirito Santo lavora, ma anche Lui ci mette il suo tempo!».