RICORDANDO MONS. OSCAR ROMERO...

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Il "24 Marzo", "Anniversario" della "Morte" di Mons. Oscar Romero,
è la "Giornata" in "Memoria" dei
"Missionari Martiri".
Padre Ruffaldi ci invia le sue "riflessioni", sulla "visita" nel "Paese" del "Vescovo" ucciso.

MONS. OSCAR ARNULFO ROMERO (1917-1980), Vescovo Martire in El Salvador! P. NELLO RUFFALDI, Missionario del Pime in Brasile!

P. Nello Ruffaldi
("Missionari del Pime", Marzo 2010)

Lo scorso Novembre ero in El Salvador. "Paese" piccolo nell’ampio panorama "americano": solo 21mila Kmq., ma con 6 milioni di abitanti. Il "Paese" di Monsignor Oscar Romero. Il grande "Vescovo", pensando al penoso "esodo" dei suoi "connazionali", scriveva: «È triste dover lasciare la patria, perché non vi è una struttura giusta che permetta a tutti di avere un lavoro!». El Salvador è un "Paese" piccolo, ma con il 40% degli abitanti "emigrati" fuori del "Paese", perché l’unica risorsa di questa nazione è il caffè che, però, è nelle mani dei pochi, ricchi "proprietari terrieri". I lavoratori che raccolgono il caffè guadagnano da 5 a 8 dollari al giorno e con questo devono mantenere la famiglia, in genere numerosa.
El Salvador mi ha commosso per due cose: perché è una terra di
"Martiri" e per il suo popolo sorridente e meraviglioso. Ho visitato la casa e la tomba di Monsignor Oscar Romero. Un "Vescovo" che ha lasciato una traccia profonda in El Salvador, e non solo. Vescovo "convertito" dal popolo e dagli amici "Gesuiti" che, a loro volta, hanno pagato con il "sangue" la fedeltà a Dio e alla loro gente.
Ho "pellegrinato", pregando e meditando, nei luoghi in cui Romero ed i "Martiri Gesuiti" sono stati uccisi. Abbiamo anche ricordato le "Suore Missionarie" americane "stuprate" ed uccise, e
Suor Dorothy Stang, "massacrata" per aver difeso i diritti dei "senza terra".
Ma le "religiose" e i "religiosi" uccisi sono comunque una piccolissima "minoranza" rispetto alle migliaia di contadini assassinati e "torturati" in El Salvador negli "Anni Settanta" ed "Ottanta", ed alle decine di migliaia di "indios" "trucidati" nello stesso periodo in
Guatemala.
In contrasto con questa difficile situazione "storica", c’è l’accoglienza della "Parrocchia", della "Diocesi" e del popolo. La "teologia india" io la vivo non solo e non tanto durante gli "incontri ufficiali" e i "discorsi", ma soprattutto nell’incontro con questo popolo che soffre ma che vive con il sorriso sulle labbra e ti accoglie come se tu fossi un dono per loro. Hanno una casa povera e la aprono per te, "straniero". Per le strade ti sorridono e ti salutano, la "Chiesa" è piena di "striscioni" per manifestare la loro gioia.
La notte del secondo giorno del mio arrivo c’è stata una grande festa sulla "piazza pubblica": era per me che arrivavo da fuori. C’erano la banda, gruppi di danza con grandi e bambini, "fuochi di artificio", "palloni aero-statici", "discorsi di benvenuto", abbracci.
La vigilia della partenza, altra festa con danze, canti, scambio di regali. È un popolo che soffre, ma che ti accoglie come fratello e amico. È la "teologia viva" che vede in te la presenza di Cristo come fratello e amico.
In Guatemala ho sperimentato la stessa cosa. Vi assicuro che questo popolo vive l’esperienza di fede nel rapporto sincero, gratuito e generoso con i propri fratelli e sorelle.
La situazione dei "migranti" in
America è una realtà triste. Solo in El Salvador, come dicevo, il 40% della popolazione è "emigrata" a causa delle scarse possibilità di "sopravvivenza" offerte dal proprio "Paese". Ma nei "Paesi" d’arrivo, i "migranti" sono "discriminati" e sfruttati. È una situazione che esige una risposta da parte della "Chiesa" e degli stessi popoli "indios". Pensate che anche in Brasile sono molti gli "indios" che lasciano il villaggio per la città, e sempre in aumento, a causa della violenza che li allontana dalle loro terre e della speranza (illusoria) di poter migliorare la loro condizione: possibilità di studiare, "mezzi economici" e "servizi pubblici" migliori. Ma anche per chi rimane al "villaggio", la vita è segnata dai cambiamenti, perché anche lì la "globalizzazione" influisce sulla "cultura" e sulla "religione".
La
"teologia india" s’impegna a riflettere su questa realtà, per delineare e proporre un progetto di vita in cui sia possibile valorizzare le radici "culturali" e "religiose". Un progetto che sappia integrare l’eredità degli "antichi" con la forza del "Vangelo", a partire dalla realtà e dai sogni del popolo. Questa proposta è valida non solo per i popoli "indios", ma anche per le nostre "comunità", famiglie e persone.
Il discorso è chiaro per tutti, ma la sua realizzazione è certamente difficile.