Un
"viaggio" in India, miriadi di "sensazioni" e
"sentimenti",
che colpiscono e scuotono "corpo" ed "anima" nel profondo.
Lucia, giovane "insegnante" italiana,
in visita a Padre
Carlo Torriani,
"Missionario" a Mumbai,
condivide con noi la sua "esperienza".
Lucia
Giroletti
("Missionari
del Pime", Febbraio 2010)
La vista è confusa dal
"brulichio" di vita che ovunque, senza posa, è in continuo
affaccendamento, spesso incomprensibile, simile a quello che si vede in un
"formicaio". C’è chi porta mattoni sulla testa, chi
"setaccia" la sabbia per il cemento, chi "evacua"
liberamente e osserva i suoi "bisogni", chi corre in motocicletta
senza casco e trasporta tutta la famiglia sullo stesso veicolo.
Uomini e cose sono accomunati dalla stessa "fertilità": palazzi
nascono come "funghi" e creano una nuova "selva" di cemento
pronta a conquistare quella naturale, "cuccioli" di uomini e animali
sono ovunque, impegnati nelle stesse faccende degli adulti.
Il concetto di "infanzia" è molto labile, qui tutti in qualsiasi età
sono un po’ bambini e un po’ vecchi.
Uomini e cose sono accomunati dalla stessa "vecchiaia": costruzioni
appena finite sono "rugose" di crepe, "infanti" di pochi
mesi hanno già la pelle "raggrinzita".
La "contiguità" di uomini e cose è così stretta che gli uni hanno
preso un pochino della natura delle altre: gli uomini hanno la stessa
"inerzia" delle cose, queste ultime lo stesso "soffio
vitale" degli uomini.
L’udito è tormentato da rumori "assordanti" di incerta provenienza,
che fanno perdere anche solo la memoria del "silenzio"
e della sua natura rilassante.
L’olfatto è invaso da odori che sembrano avere consistenza così
"materica" e "corposa" da non riuscire ad attraversare le
narici.
Messi i nostri "sensi" "sotto-sopra", vorremmo ritirarci in
noi stessi, ma dovremmo essere perfetti "asceti" per riuscirci: invece
ci lasciamo assorbire da questo "corpo pulsante" che è l’India.
Scorriamo nelle sue vene, sostiamo in prossimità del cuore e ci sintonizziamo
con il ritmo della sua "energia vitale". Improvvisamente riscopriamo
emozioni, sentimenti, sensazioni che portiamo in noi, spesso chiuse in
"scrigni" dimenticati di cui il nostro mondo "anestetizzato"
ha perso le "chiavi di lettura". Poi proseguiamo la nostra
"esplorazione" verso l’intestino che lavora ciò che inghiottisce,
trattiene il necessario, "espelle" il superfluo. Il nostro
"Io", spesso ferito da esplosioni di "esuberanza emotiva"
"destabilizzante", qui viene "rimodellato": gli
"estremismi" vengono riassorbiti, l’"energia vitale" viene
rimessa in circolo e sono rimossi gli ostacoli che rendono il suo percorso
difficile. Ma soprattutto l’anima e il corpo ritrovano, nella fatica dei
"sensi", un forte "contatto" che li salda e li rende una
sola "creatura" dotata di "talenti" invisibili. È questa
"saldatura" che fa di ogni uomo una persona "speciale".
Il "Padre"
annuncia che andremo nello stesso paese dove l’anno passato ha celebrato la
"Messa" e abbiamo mangiato da Dina. Attraversiamo la "zona
industriale" di Taloja. Se non capissimo la destinazione, un cartello ci
annuncia: "Industrial Area". Peccato che attorno la
"miseria" sia la stessa di sempre, se non addirittura più
"stridente": accanto a costruzioni "avveniristiche" in vetro
dalla forma a "cupola" che ricorda la "volta celeste", le
"capanne" di "cellofan" azzurro appaiono ancora più
"misere". Difficile capire chi sia l’"assediato" e chi l’"assalitore".
Segue poi un’ampia area verde e "lussureggiante": il colore è
"fosforescente" e rilassa la vista e il cuore, i polmoni tornano a
respirare e fantasticano qualche profumo. Le mie osservazioni sulla
"bellezza" del posto cadono nell’indifferenza degli
"uditori": a loro piace più parlare di industrie, fabbriche,
ricchezza, lavoro. Sono abituati da millenni a questi spazi "infiniti"
di verde, ma ora sono "improduttivi" e vanno "riconvertiti"
al passo con i tempi. Ben vengano, allora, le prime "ruspe" che
scavano le montagne per ottenere le "cave" necessarie a sostenere il
"boom edilizio".
Ed ecco la città di Ambernat. Uno "shanghai" di palazzi pronti a
cadere nonostante siano nati da poco. Nessun "piano regolatore" fa di
questo luogo una vera città con piazze, luoghi di "incontri" e di
"cultura". L’unica caratteristica di "città moderna" è
la "discarica": i "rifiuti" prodotti sono vicino alla
strada, una "montagna" che non ha nulla da spartire con quelle del
panorama. I suoi colori sono "variopinti", nessuna tinta prevalente,
moltissime "sfumature"... Gli odori sono "nauseanti", si
spalmano nell’aria e la rendono "soffocante".
Non solo perdiamo ancora la strada, ma ci perdiamo tra di noi: il
"Padre" alla ricerca delle nuove sedie per la "missione" si
allontana un po’ troppo, mentre io, Ashuini e Devia stiamo ferme nel posto
indicato. Ma, strana sensazione, più passa il tempo, più questo punto della
strada in cui siamo "incollate" sembra cambiare volto, trasformarsi:
perdiamo l’"orientamento" pur non avendo mosso un passo, misterioso
effetto del "magma" di "vita indiana" che scorre attorno
come un "fiume fangoso". Perdiamo la certezza di dove sia parcheggiata
la "jeep": io indico una direzione, Ashuini l’esatto opposto. Le
proviamo entrambe, ma i "viottoli" in cui ci addentriamo sono
assolutamente "anonimi", uno identico all’altro. Va bene che io
possa perdermi, ma è strano che due "indiane", avvezze a queste
esperienze, si perdano pure loro. Ci arrendiamo e telefoniamo al
"Padre", che verrà a soccorrerci!