LA CASA SENZA... "JACARÉ"   DALL’AMAZZONIA, P. ENRICO UGGÈ   MISSIONE AMICIZIA

Con gli "Indios", sempre!

Padre Enrico Uggè, in missione da 38 anni,
è attualmente Superiore del "Pime" della "Regione Amazonas", nel Nord del Brasile.
La sua lunga esperienza lo porta a riflettere
su come è cambiato, negli anni, il modo di "fare missione" fra gli "indios".

P. ENRICO UGGÈ, Missionario del Pime in Brasile!

A cura di Isabella Mastroleo
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre 2009)

Com’è cambiata negli ultimi decenni la vita degli "indios"?

Dal punto di vista del progresso materiale c’è stata un’evoluzione positiva. Tuttavia gli "indios" e, in particolare, i "caboclos" (popolazione amazzonica discendente da "indios" e altre razze), non hanno ancora raggiunto pienamente la loro autonomia. Vivono una fase di passaggio, in cui i giovani si impegnano per essere i protagonisti del proprio futuro. E qui sorge l’enigma: fin dove riusciranno a raggiungere le necessarie capacità tecnologiche e amministrative per aiutare il loro popolo a crescere senza, però, lasciarsi corrompere da tutto ciò che di negativo viene da fuori? Molti valori tradizionali degli "indios", infatti, rischiano di non avere spazio in una società costruita sul modello occidentale o americano: il senso del "necessario", che li aiuta a vincere il desiderio dell’accumulo rispetto alle proposte e agli allettamenti del progresso; il bisogno del "sociale", che vuol dire avere tempo per parlare con le persone, coltivare i rapporti umani; il senso "religioso", che non può fermarsi alla piccola devozione, pur tanto diffusa.
La sfida per noi Missionari oggi è quella di aiutare i giovani "indios" a mantenere vivi i valori della loro cultura, reagendo agli stimoli negativi da cui sono bersagliati. Il progresso è arrivato di colpo, come un abbaglio. Anche nei piccoli villaggi della foresta, dove l’energia elettrica, quando c’è, si ottiene mediante un "generatore" che funziona tre o quattro ore al giorno, si mette una "parabolica" e si ha il mondo in casa. Ma poi la gente deve comunque andare a cacciare o a pescare per procurarsi da mangiare.

Se il Missionario in passato si è fatto portatore di sviluppo, adesso deve proteggere gli "indios" dalle conseguenze negative di un progresso troppo rapido e squilibrato...

Già, perché prima non c’era niente, mentre adesso il Governo e la società civile sono presenti con strutture e supporti. Quando sono arrivato io, nel Nord del Brasile, i bambini morivano di varicella, di morbillo o di tetano. Abbiamo istituito strutture sanitarie, aperto scuole, restituendo dignità umana a popolazioni lontane, sperdute nella foresta. Adesso, però, è arrivato il momento di riconoscere che queste cose, da sole, non bastano. Il nostro lavoro consiste nell’aiutare le persone a mantenere, nelle nuove condizioni di vita, una coscienza cristiana e uno spirito critico. Trent’anni fa gli "indios" non erano nemmeno considerati "brasiliani", non erano nulla per lo Stato. Rendere sensibile l’opinione pubblica alla loro situazione è stato un lavoro avviato dai Missionari. Oggi hanno imparato a difendere i loro diritti, organizzandosi in associazioni. Per questo ci sentiamo in dovere di sostenerli perché non cedano alle lusinghe di una società che, fino a poco tempo fa, li rifiutava.

Quindi il lavoro del Missionario è cambiato...

Certo. Forse è meno stancante dal punto di vista fisico, perché non si fanno più i viaggi lunghi e disagevoli di un tempo, ma, se vogliamo, è più delicato. Come Gesù, non dobbiamo limitarci a una predicazione "teorica", ma dobbiamo accompagnare la vita di un popolo, di una famiglia, di una nazione, sotto tutti gli aspetti. È in questo lo stile nuovo dell’"evangelizzazione". Anche se adesso c’è il telefonino, la barca a motore, eccetera, l’anima, la mentalità degli "indigeni" è la stessa. Ed è di quella che il Missionario deve costantemente prendersi cura.

Qual è oggi la sfida che Padre Uggè ritiene immediata per la sua missione?

Certamente quella dell’Università. Parintins sta diventando una città universitaria perché raccoglie tutti i municipi del basso "Amazonas", per non concentrare tutto a Manaus, che dista 500 chilometri, percorribili però con venti ore di barca. Ci sono già strutture e corsi, ma è ancora tutto agli inizi. Noi Missionari – soprattutto chi lavora con gli "indios" – insistiamo per inserire tra i corsi universitari quelli di etnologia, antropologia, archeologia proprio per recuperare la storia locale che, finora, è stata trascurata. Vogliamo puntare in questo modo sulla salvaguardia delle tradizioni culturali, perlopiù trasmesse solo oralmente (ricordiamo che Padre Uggè ha svolto un preziosissimo e unico lavoro raccogliendo dalla viva voce degli "indios" Sateré-Maué svariati racconti e tradizioni – "ndr").
Le nuove generazioni hanno bisogno di essere aiutate a non perdere le radici, che rischiano di non conoscere perché mancano documenti, testi scritti e appositi corsi di formazione.