Un invito a "ricominciare" per "genitori", "insegnanti", "studenti"

RITAGLI     Io, "Prof.", e quei "5" in "condotta":     DOCUMENTI
la "scuola" ritrovi i «fondamentali»

Francesco Agnoli
("Avvenire", 2/3/’10)

La notizia è di quelle destinate a lasciar traccia: dopo che il "Ministero dell’Istruzione" ha dato il via libera, un gran numero di professori ha deciso di utilizzare l’arma estrema del "cinque" in "condotta" al termine del "primo quadrimestre", e con tutta probabilità l’ha fatto per lanciare un "segnale". Agli alunni, ai genitori, alla "società" tutta intera. Un "grido" che può essere tradotto così: noi insegniamo italiano, matematica, inglese, ma quello che dobbiamo dire non riguarda anzitutto le nostre "materie" quanto la possibilità stessa di "fare scuola". Senza doverci tramutare in "gendarmi" della "disciplina". Senza che la "lezione" si trasformi nel continuo e noiosissimo "richiamo" all’"ordine". Perché da professore so molto bene che non è possibile spiegare Dante, discuterne in classe, rendere viva la storia, la "letteratura", ogni singola "disciplina", se non c’è tutto quello che viene prima: la capacità dei ragazzi di stare alle "regole", di comportarsi in un certo modo, di "incuriosirsi", talora di "entusiasmarsi".
L’ondata "nazionale" dei "cinque" in "pagella" – cari genitori, cari alunni, cari tutti – dice chiaramente a tutti noi coinvolti nella "scuola italiana" che è indispensabile tornare ai "fondamentali". È un po’ come quando si impara a giocare a calcio: prima della partita, prima di potersi godere gli "schemi" di gioco, gli "affondi" sulla "fascia", le "semi-rovesciate" che mandano il pubblico in visibilio, occorre imparare a tenere la palla tra i piedi, passo dopo passo, esercitandosi con pazienza. Così è anche per la scuola. Devono cessare le troppe cose che purtroppo non funzionano. Certamente, perché questo avvenga, sono necessarie anzitutto "regole" chiare. E, per cominciare, chi le vìola deve conoscere le conseguenze del suo agire: di qui il ritorno agli "esami" di Settembre e la maggior forza conferita al "voto" in "condotta".
Si tratta di un passo essenziale, ma non sufficiente: la scuola lasciata da sola può fare ben poco, così come le "regole" che, quando restano isolate, sono destinate a rimanere "lettera morta", buone tutt’al più per garantire la tranquillità dei "dormitori". Le "regole" infatti vanno conosciute nel loro significato profondo, devono essere il più possibile parte della storia di ogni giovane, digerite e vissute anzitutto in famiglia. Troppo a lungo una certa "cultura" ha voluto far credere che si potesse delegare tutto alla scuola, nella convinzione addirittura che essa fosse più adatta della famiglia a svolgere il ruolo di "agenzia educativa". In nome di questa visione si è addirittura finito per affermare che anche l’"educazione affettiva" dei ragazzi deve passare, anzitutto, da professori, "tecnici", "esperti" gestiti dalle "Asl" o da altre realtà estranee alla famiglia. In un mondo che si chiede addirittura se i bambini abbiano ancora "bisogno" di due genitori, di un padre o di una madre, che spesso dimentica la necessità per i giovani di crescere "amati", con la certezza e la solidità dei primi e fondamentali "affetti", il "boom" dei "cinque" in "condotta" vuole semplicemente ricordare la realtà: prima che persone "istruite", bisogna costruire persone "vere". Occorre qualcuno che sostenga il bambino quando "gattona", che accompagni i suoi "primi passi", che continui ad affiancarlo quando poi si pone le prime domande e si apre al mondo, come un "novello" Adamo. Occorrono più "stabilità affettiva", meno televisione, meno "Internet", meno "surrogati", meno "parcheggi"...
La serenità e la "condivisione" imparate in famiglia aprono il giovane alla tranquillità dei rapporti, al rispetto degli insegnanti e dei "coetanei", alla curiosità verso ciò che lo circonda e da cui egli si aspetta qualcosa di buono e di bello. È su questo terreno che spetta a noi insegnanti contribuire a far nascere un "seme" non più abbandonato senz’acqua e senza "cura" per lunghi anni, come accade ancora troppo spesso; spetta a noi prendere per mano i ragazzi, e portarli a scoprire la bellezza delle discipline "umanistiche" e "scientifiche". Il guaio oggi è che spesso è difficile afferrare molte mani, trovare un punto di appoggio per fare leva. Nella "società" sempre più "liquida", tutto sembra perdere consistenza: le "passioni", gli interessi, l’entusiasmo, la capacità di "sacrificio". In una parola: le "persone". È da loro che – genitori, insegnanti, ragazzi stessi – dobbiamo tutti ricominciare.