Situazione ulteriormente "aggravata"

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tra fame, "pandemie" e "profughi"

Giulio Albanese
("Avvenire", 27/8/’09)

Nel nostro Paese chissà perché si parla della Somalia solo quando alcuni nostri connazionali finiscono nelle mani dei "pirati" o di qualche milizia "ribelle". Nella migliore delle ipotesi, questa nostra "ex-colonia" riesce a fare notizia nel caso in cui, tra i clandestini che tentavano di raggiungere le coste siciliane, figurano dei "profughi" oriundi di Mogadiscio o dintorni. Va da sé che, nel complesso del sistema "mediatico", un mutamento è augurabile nel segno di un’informazione solidale e dunque più attenta alle vicende del mondo. Sta di fatto che stiamo parlando di un Paese in guerra dalla caduta del "regime" di Siad Barre nel lontano Gennaio del 1991, ridotto ormai ad un cumulo di macerie e la cui "crisi umanitaria" si è ulteriormente aggravata negli ultimi sei mesi con circa 3,76 milioni di persone colpite da "inedia" e "pandemie", dei quali 1,42 milioni risultano essere "profughi", mentre un bambino su cinque soffre di malnutrizione. Sono questi i dati emersi da un’indagine pubblicata Martedì scorso e condotta direttamente sul campo da diverse agenzie delle "Nazioni Unite", sotto la responsabilità dell’"Unità di Analisi Nutrizionale e di Sicurezza Alimentare per la Somalia" ("Fao/Fsnau"). Lo scenario è a dir poco inquietante se si considera che, secondo autorevoli fonti della società civile, dagli inizi di Maggio 2009 sono stati circa 280mila i civili fuggiti in seguito alla "escalation" della violenza nella capitale. E mentre scriviamo, dovrebbero essere almeno 12mila i "rifugiati", presso la città costiera di Bosasso, nella regione "semi-autonoma" del "Puntland", in attesa di buone condizioni atmosferiche, per tentare la pericolosa fuga attraverso il "Golfo di Aden" verso la sponda yemenita, con l’aiuto dei soliti profittatori che speculano sulle altrui sofferenze traghettando a pagamento.
A scanso di equivoci, proprio perché il fenomeno "migratorio" deve essere colto anche qui da noi nella sua complessità, c’è da considerare che dal Gennaio di quest’anno sarebbero almeno 30mila le persone fuggite via mare e quasi 500mila i "profughi" somali che sopravvivono in condizioni penose nello
Yemen. Non è da escludere dunque che prima o poi si registreranno nuovi ingressi anche in Europa, preceduti da chissà quale odissea, di fronte ai quali sarebbe peccaminoso chiudere gli occhi, non foss’altro perché è in gioco la sopravvivenza di gente innocente. A questo proposito è bene rammentare che la lista dei mali che affliggono la Somalia non è solo attribuibile ai dissidi interni o alla "corruzione". Le pesanti ripercussioni della "guerra fredda" tra Etiopia ed Eritrea, come anche gli interessi egemonici di "potentati" stranieri, legati prevalentemente all’immenso deposito di "idro-carburi" "off-shore", hanno fatto della Somalia una linea di faglia tra Oriente e Occidente, alla stessa stregua di quei territori "mediorientali" che galvanizzano da sempre l’attenzione della "stampa internazionale". Per carità, almeno ieri, le agenzie hanno battuto la notizia della fuga dalla prigionia di uno dei due agenti dei servizi francesi rapiti dai "ribelli" a Mogadiscio lo scorso 24 Luglio, ma questo certamente non basta a soddisfare l’anelito di un popolo ridotto in condizioni disastrose.
D’altronde sarebbe pretestuoso misconoscere le inadempienze e gli errori commessi nel passato dalla "comunità internazionale", non sostenendo politicamente, ad esempio, gli "accordi" di Gibuti del 2008, o prim’ancora non interloquendo a sufficienza con le componenti moderate delle ex "Corti Islamiche". In questo contesto all’Italia è stato certamente riconosciuto un ruolo di "leadership". Non è un caso se lo scorso 9-10 Giugno si è svolta a Roma la riunione dell’"International Contact Group" per la Somalia con la partecipazione del "Primo Ministro" somalo e di altri 35 Paesi interessati alla "crisi". Un impegno quello della "Farnesina" che va certamente rinnovato col sostegno delle nostre "Ong" e di chi opera nel mondo dell’informazione.