I fallimenti dell’"intervento internazionale"

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per evitare nuovi errori

Giulio Albanese
("Avvenire", 20/9/’09)

È ormai fin troppo facile indicare Mogadiscio come una «terra di nessuno».
La "tragedia" della
Somalia – a partire dal fallimento dell’operazione "multinazionale" «Restore Hope» – è l’emblema di uno Stato fallito e in "liquidazione", in cui l’intervento "internazionale", debole e pasticciato, non è riuscito nel suo positivo intento. Il sanguinoso attentato di Giovedì scorso nella capitale somala, in cui hanno perso la vita almeno 21 "peace-keeper" burundesi e ugandesi, è un’ulteriore dimostrazione della strategia del "caos" messa in atto dai nemici della pace, contro la quale la "comunità internazionale" ha il "diritto/dovere" d’intervenire con sagacia e oculatezza.
Anzitutto, occorre sfatare certi luoghi comuni che inducono a una semplificazione eccessiva della realtà rispetto a quello che sta effettivamente accadendo sul campo. Ad esempio, l’affannoso tentativo di dimostrare la presenza di "Al-Qaida" in Somalia ha prodotto, tra l’altro, la radicalizzazione dell’"opposizione" di matrice "islamica", le cui scelte politiche e militari – nonostante la loro forte connotazione "locale" – tendono sempre più a prendere le caratteristiche di quelle sperimentate dalla rete "globale" del "terrorismo", sia in fase di reclutamento sia nelle modalità di combattimento. Nel frattempo, come peraltro accaduto in
Afghanistan, le nuove istituzioni "transitorie" somale – malgrado il sostegno "internazionale" – stentano ad uscire vittoriose dallo "stallo" in cui sono bloccate. A questo proposito, andrebbe sottolineato come la politica statunitense abbia contribuito a marginalizzare alcuni gruppi, esclusi dalle "trattative di pace", rendendoli docili "marionette" nelle mani di "Governi" impegnati esclusivamente a perseguire politiche di "destabilizzazione" regionale. Come nel caso dell’Eritrea e dell’Etiopia, che si combattono per "procura" in territorio somalo appoggiando gli opposti schieramenti. In questo senso, è davvero un peccato che posizioni sagge, come quelle, ad esempio, espresse da Mario Raffaelli, ex inviato del "Governo Italiano" in Somalia, siano state ignorate, soprattutto per la parte in cui sostenevano che la chiave di volta per uscire dall’"impasse" dovrebbe essere quella di trovare meccanismi di riconciliazione "locali", coinvolgendo gli attori presenti sul campo, dalle amministrazioni locali alle milizie "islamiche" radicali. Ecco perché è giunto il momento di voltare pagina, nella consapevolezza che l’"Unione Europea", con l’Italia in posizione privilegiata, può rivestire un ruolo importante nel processo di "pacificazione". Grazie soprattutto al profilo di moderazione mantenuto in questi anni, Bruxelles – a differenza del "Governo" di Washington e delle organizzazioni "regionali" come l’"Unione Africana" e l’"Igad" – è riuscita a mantenere credibilità agli occhi delle opposte "fazioni" somale. Più che cercare di porre un freno alla violenza con "blitz" aerei contro i "leader jihadisti", che alla prova dei fatti hanno generato un rigurgito di "ferocia" senza quartiere, o avallando iniziative "negoziali" con una legittimità «internazionalmente riconosciuta», ma localmente inconsistente, parrebbe saggio identificare e valorizzare quegli attori davvero influenti sul territorio, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza. Senza cedimenti, beninteso, a frange "terroristiche" che cercano senza posa di infiltrarsi. La stessa strategia che si è in parte applicata nell’ultima fase della presenza americana in Iraq e che ora si propone per l’Afghanistan. Dialogare con i "taleban" «moderati», non quelli che mettono bombe e seminano morte, rientra tra le opzioni della nuova strategia che molti ora invocano anche a Kabul. La dolorosa "lezione somala" sia almeno un "monito" per non commettere in Asia gli stessi errori compiuti in Africa.