La nuova "politica" dell’Amministrazione "Usa"

PRECEDENTE     Sudan, l’"azzardo" di Obama     SEGUENTE
trattare con il «latitante» Bashir

Giulio Albanese
("Avvenire", 21/10/’09)

Era inevitabile che suscitasse un certo "clamore" l’annuncio di una nuova "strategia" per il Sudan da parte del Presidente americano Barack Obama. Un’iniziativa basata su una miscela di «incentivi e pressioni» per mettere una volta per tutte la parola fine al «genocidio e agli abusi» che tormentano la regione del Darfur e pregiudicano il "processo di pace" nella parte meridionale del Paese. Da un punto di vista strettamente "diplomatico", il modello proposto dalla "Casa Bianca" è quello "del bastone e della carota": da una parte, infatti, viene manifestata un’apertura al "dialogo" con il Presidente Omar Hassan El Bashir – contro il quale la "Corte Penale Internazionale" ha spiccato un "mandato di arresto" per "crimini di guerra" – ; dall’altra, si afferma comunque la volontà di esercitare pressione senza condizioni, qualora Khartoum deludesse le attese di pace. Si tratta indubbiamente di un indirizzo "politico" convincente e necessario, nonostante lo sconcerto che la presa di posizione di Washington ha sortito tra le "organizzazioni" impegnate nella difesa dei "diritti umani", le quali considerano il Generale Bashir semplicemente un "criminale" a piede libero.
D’altronde, la mossa di Obama, benché sancisca il riconoscimento dell’attuale "leadership" sudanese, non fa altro che distinguere opportunamente l’aspetto strettamente "politico" da quello "giudiziario", nella convinzione che la posta in gioco riguardi la sopravvivenza di moltissimi "innocenti" costretti a sopravvivere in condizioni "disumane" nel vastissimo territorio "darfuriano". A questo proposito, il Segretario di Stato Hillary Clinton, quasi contemporaneamente alla diffusione dei nuovi "orientamenti" del Capo della "Casa Bianca", ha fornito i dettagli della nuova "strategia" statunitense, precisando che gli "incentivi" offerti ai "dirigenti" del Sudan saranno basati su «mutamenti verificabili nelle condizioni sul terreno», con l’intento di porre termine alle "violenze" che insanguinano il Darfur, ma anche finalizzate alla normalizzazione della situazione nelle regioni meridionali del Sudan. «Non ci accontenteremo soltanto di parole», ha ammonito la Signora Clinton, lanciando un "messaggio" indiretto anche ai tradizionali "alleati" di Khartoum,
"cinesi" "in primis". Tra gli esempi di "ravvedimento" indicati dal Segretario di Stato Americano, vi è soprattutto l’organizzazione di «elezioni credibili» il prossimo anno, come previsto negli "accordi di pace" firmati nel Gennaio del 2005 a Nairobi. Da rilevare che la "consultazione" ha già subito notevoli ritardi rispetto al "calendario" originale e che un suo ulteriore "slittamento" pregiudicherebbe i traguardi conseguiti nel delicatissimo processo di "pacificazione". Sebbene Obama avesse promesso durante la "campagna elettorale" il "pugno di ferro" nei confronti dei "dirigenti" sudanesi, il suo "cedimento" è comunque in linea con una "politica estera" che ha preso le distanze da quella del suo predecessore. Le iniziative di George W. Bush erano infatti centrate sulla "strategia" delle "sanzioni", rinunciando a ogni possibilità di confronto con la "controparte" sudanese. Da questo punto di vista Obama, grazie soprattutto al prezioso contributo del suo "inviato speciale" Scott Gration, è convinto che occorra giocare tutte le carte di cui la "diplomazia" dispone, cercando un "dialogo" con Khartoum verificabile solo unicamente con fatti "tangibili", cosa che finora non è mai avvenuta. Nella "dichiarazione" rilasciata dalla "Casa Bianca" si mette comunque in evidenza l’intenzione di non essere più disposti ad accettare "tergiversazioni", operando aggressivamente qualora il Sudan fornisse rifugio ai "terroristi internazionali". C’è solo da augurarsi che il "buonsenso" prenda prima il sopravvento, perché il popolo sudanese, soprattutto coloro che sono soltanto "vittime", non chiede altro che di vivere in pace.