Gli "affari di Pechino, i nostri "aiuti" e le nostre "miopie"

RITAGLI     La Cina moltiplica il "debito" d’Africa.     MISSIONE AMICIZIA
L’Europa tarda a mutare "sguardo"

Giulio Albanese
("Avvenire", 10/11/’09)

Se Léopold Sédar Senghor, il grande maestro della "négritude", fosse ancora in vita, si troverebbe notevolmente a disagio nel valutare l’arrendevolezza delle "classi dirigenti" africane rispetto allo "strapotere" cinese. Non foss’altro perché la parola in esame, "negritudine", forgiata alla fine degli "Anni ’30" nei circoli intellettuali "afro" a Parigi, rappresentava la prima grande rottura col "colonialismo" di matrice europea. Un "mot de passe" (una "parola d’ordine") che esprimeva l’appartenenza a una comunità oppressa e soprattutto il diniego dell’ideologia "straniera". Sta di fatto che ai giorni nostri l’Africa sta patendo un nuovo "colonialismo", con la connivenza delle "oligarchie" africane. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Pechino abbia convocato lo scorso fine settimana, al "Vertice Sino-Africano" di Sharm-el-Sheikh, personaggi del calibro di Robert Mugabe, Presidente "padrone" dello Zimbabwe o del suo "omologo" sudanese Omar Hassan El-Bashir, ricercato dal "Tribunale Internazionale" dell’Aja per "crimini di guerra". E cosa dire delle dichiarazioni del Presidente "rwandese" Paul Kagame, secondo cui «Pechino investe sul futuro, mentre l’"Occidente" non fa nulla per far progredire il nostro "Continente"»? Premesso che sarebbe fuorviante pensare che la Cina agisca nell’interesse dell’Africa quasi fosse una sorta di "benefattore", la verità è che la povera gente rimane sempre più ai margini del "ciclo produttivo" e della "crescita economica" col risultato che gli utili finiscono solitamente nelle tasche delle "élite" politiche locali. Basta fare una passeggiata nelle smisurate "bidonville" di certe "capitali" africane come l’angolana Luanda per rendersi conto che l’uno per cento della popolazione, proprio grazie al "business" cinese, detiene l’85 per cento della ricchezza nazionale. Una cosa è certa: la Cina è l’unica grande potenza che in questo frangente della storia sta uscendo a testa alta dalla "crisi dei mercati", facendo incetta dappertutto di "materie prime", soprattutto in Africa. E mentre i "Paesi Occidentali" patiscono la "recessione", Pechino non perde tempo attuando un copione che richiama alla mente l’epopea dei "conquistadores" spagnoli del "XVI Secolo". D’altronde tutti sanno che Pechino è tradizionalmente allergica all’agenda dei "diritti umani", e che non ha alcuna remora nello stringere "alleanze" imbarazzanti. Una strategia che garantisce ai nuovi "colonizzatori" il controllo del petrolio a basso costo in Sudan, Angola, Gabon e Guinea Equatoriale, lo sfruttamento di buona parte del legname del Mozambico, il monopolio sull’estrazione del rame dello Zambia. Ma tornando al "Vertice" di Sharm-el-Sheikh, ha fatto scalpore l’annuncio da parte del "Primo Ministro" cinese Wen Jiabao dell’offerta all’Africa di 10 miliardi di dollari in "prestiti" agevolati nei prossimi tre anni. Soldi che comunque prima o poi l’Africa dovrà restituire e che accrescono il "debito estero", col rischio peraltro che l’aiuto cinese determini una dipendenza dal commercio e dagli investimenti di Pechino. Non a caso, non molto tempo fa, Manuel Trevor, l’ex "Ministro" "sudafricano" delle "Finanze", ammise che la Cina non opera certo per «puro "altruismo": il problema è se abbiamo la capacità di "negoziare"» quanto Pechino offre e chiede in cambio. Se l’"Unione Europea" continua a essere, in termini di aiuto allo "sviluppo", il primo donatore del "Continente Africano", i cinesi fanno affari a dismisura. Gli "investimenti" diretti dalla Cina all’Africa sono infatti aumentati dai 491 milioni del 2003 ai 7,8 miliardi del 2008. E dall’inizio del decennio la "bilancia commerciale" è raddoppiata. La mancanza di una "politica estera" comune ai "Paesi Europei" non consente di reagire nel migliore dei modi allo "strapotere" cinese, a riprova che è proprio vero quello che dice il Presidente Napolitano: «Dobbiamo guardare all’Africa con uno "sguardo" nuovo».