Le "parole" del "Santo Padre"

RITAGLI   Il coraggio di "osare" per un’umanità "dolente"   DOCUMENTI

Il Direttore Generale della "Fao", Jacques Diouf, stringe la mano a Papa Benedetto XVI, al suo arrivo al Vertice sulla Sicurezza Alimentare, presso la Sede dell’Organizzazione Internazionale a Roma...

Giulio Albanese
("Avvenire", 17/11/’09)

È davvero un peccato che ieri, in occasione della prima giornata del "Vertice Fao" sulla "sicurezza alimentare", fossero assenti molti degli "statisti" del cosiddetto "Primo Mondo". Non foss’altro perché avrebbero potuto ascoltare direttamente, dalla viva "voce" di Benedetto XVI, una "lezione" davvero illuminante sullo "sviluppo umano integrale", all’insegna della speranza. Quello che infatti il "Santo Padre" ha fatto intendere ai presenti è che è inutile continuare a lanciare intermittenti "appelli" sulla "fame" che attanaglia oltre un miliardo di persone, scanditi da algide "cifre" sui caduti per "inedia" e "pandemie", quasi si trattasse di un’ineluttabile "mattanza". Una provocazione davvero pertinente, quella del "Pontefice", soprattutto quando è evidente che nelle "sedi internazionali" manca la volontà "politica" di prendere sul serio una questione così grave – anzi gravissima e dalla valenza "globale" – e della quale il "Magistero" della "Chiesa" ha già da tempo indicato le soluzioni. Il terreno su cui misurare la possibilità di vincere la "fame", un desiderio peraltro che corrisponde ai motivi stessi per i quali è stato convocato a Roma l’ennesimo "summit" mondiale, consiste in effetti nella ridefinizione dei "concetti" e dei "principi", ha fatto intendere il Papa, sin qui applicati nelle relazioni "internazionali", in particolare tra "Nord" e "Sud" del Mondo. D’altronde, nell’Enciclica "Caritas in veritate", Benedetto XVI ha sottolineato con forza che «la "fame" non dipende tanto da scarsità "materiale", quanto piuttosto dalla mancanza di risorse "sociali", la più importante delle quali è proprio di natura "istituzionale"». Si avverte cioè la mancanza di un assetto di "istituzioni economiche", sotto l’egida della "politica", in grado di eliminare le cause "strutturali" che generano le "carestie", promuovendo una visione protesa all’affermazione del "bene comune". È inutile, ad esempio, pensare di sconfiggere la "fame", quando si continua a ricorrere a forme di "sovvenzioni" che perturbano gravemente il settore "agricolo" nei "Paesi Poveri", o insistere nel proporre a oltranza modelli "alimentari" orientati al solo "consumo", favorendo al contempo la "speculazione" persino sul mercato dei "cereali", per cui il cibo cessa d’essere un "diritto", ridotto com’è alla stregua di tutte le altre merci.
Del resto, fuori da ogni "retorica", nel tempo del mercato, delle monete, della "globalizzazione", che cosa resterà a chi non ha ancora risolto il problema della "sopravvivenza" se non la disperazione? Ecco che allora s’impone l’esigenza d’affermare il "precetto evangelico" dell’amore, coniugando ogni forma di "cooperazione", intesa proprio come espressione "solidale", col principio della "sussidiarietà". Tutto questo nella consapevolezza che le "comunità locali" afflitte dalla "povertà" devono diventare le protagoniste del loro "riscatto" beneficiando degli "aiuti" attraverso un’azione coinvolgente, anche per quanto concerne l’"istruzione" e l’"ecologia ambientale", in grado di garantirne la "sostenibilità" e il "benessere".
Riconoscere la "dignità umana", incentrata sul valore "trascendente" di ogni persona creata a immagine e somiglianza di Dio, resta il primo passo per sradicare la "miseria" in tutte le sue forme. Ed è proprio questo il punto. Non si tratta di fare semplice "beneficenza" a favore di tanta umanità "dolente", se la "donazione" prescinde dall’affermazione della "giustizia planetaria". Sovviene il celebre "detto" del poeta messicano
Salvador Díaz Mirón: «Sappiatelo, sovrani e vassalli, eminenze e mendicanti, nessuno avrà diritto al "superfluo", finché uno solo mancherà del "necessario"».
Insomma, se vogliamo un mondo migliore, occorre la "parresia" dei tempi difficili intesa come coraggio di "osare": la franchezza di dire e testimoniare "fattivamente" i "valori evangelici" per criticare l’ingiustizia, l’odio, la guerra, le situazioni di "fame" e di "disagio", finché l’egoismo umano farà sentire il suo "morso". Il fatto che si spendano ogni anno oltre 1.300 miliardi di dollari in "armamenti" la dice lunga sulla necessità di tenere alta la guardia.