Romero e le altre "sentinelle" di Dio

RITAGLI     Nel "mondo" e tra la "gente"     MISSIONE AMICIZIA
per "missione"

MONS. OSCAR ARNULFO ROMERO (1917-1980), Vescovo Martire in El Salvador!

Giulio Albanese
("Avvenire", 24/3/’10)

Trent’anni fa moriva Monsignor Oscar Arnulfo Romero, "Arcivescovo" di San Salvador, ucciso a sangue freddo mentre celebrava la "Santa Messa Vespertina" nella "Cappella" dell’"Ospedale" della "Divina Provvidenza". E proprio nel giorno in cui il "popolo salvadoregno" è chiamato a fare "memoria" dell’estremo "sacrificio" del suo "Pastore", la "Chiesa Italiana" celebra la "XVIII Giornata di Preghiera e Digiuno" in ricordo dei "Missionari Martiri" e di quanti sono caduti, in varie circostanze, nell’adempimento del loro "dovere evangelico". Si tratta di un’iniziativa promossa come ogni anno dal "Movimento Giovanile Missionario" della "Fondazione Missio".
Nel 2009, secondo il "computo" redatto dell’
"Agenzia Fides", sono stati 37 i "Missionari" che hanno perso la vita: 30 "Sacerdoti", 2 "Religiose", 2 "Seminaristi", 3 "volontari laici". Il numero complessivo è quasi doppio rispetto al 2008, ed è il più alto registrato negli ultimi dieci anni. Umanamente parlando, si tratta di un fenomeno davvero inquietante che genera "cordoglio", dolore, "turbamento", talvolta anche rabbia. Sì, per tutte le vicissitudini e "angherie" che avvengono nelle "periferie" del mondo e di cui sono "testimoni" queste "sentinelle" di Dio. Eppure il perdurare della "violenza" nei confronti dei "giusti" rappresenta paradossalmente, alla luce del "Vangelo", uno stato di "grazia" e una forte "provocazione" per le coscienze. Non foss’altro perché l’identità "cristiana", basata essenzialmente sulla consapevolezza dell’impronta "divina" presente nell’animo umano, ha sempre spinto i "Missionari" a incarnare lo "spirito" delle "Beatitudini", offrendo le sofferenze vissute per l’edificazione di una "società" nuova, rispettosa dei "diritti" fondamentali della persona.
Ecco perché la vita di Monsignor Romero e di tanti "apostoli" del nostro tempo ci induce a una sorta di "discernimento" sulla nostra quotidianità, nella consapevolezza che essi rappresentano il valore aggiunto del "cristianesimo". Sappiamo che nel cuore dell’uomo ci sono anche "meschinità" e crudeltà e sappiamo che gli esseri umani sono capaci di compiere "crimini" indicibili contro gente "indifesa"; tuttavia, il seme del "bene" è presente nell’"anima" di ogni persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. Vi sono infatti uomini e donne che si sacrificano per gli altri nella "società contemporanea", senza chiedere nulla in cambio, facendosi per la "famiglia planetaria" "testimoni" di "speranza", in prima fila sul fronte della lotta alle "prevaricazioni" e alle "ingiustizie".
In un mondo "mercantile" e "globalizzato", regolato dalla "scriteriata" ed "egoistica" ricerca del "profitto" a tutti i costi, i nostri "Missionari" sono davvero un segno di "contraddizione", testimoniando il più grande "comandamento sociale" della storia: quello dell’"amore". Un "precetto divino" che rispetta gli altri e i loro "diritti". Esige la pratica della "giustizia" e ispira una vita che si fa dono di sé, nella consapevolezza che «chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» ("Lc 17,33"). Insomma, se vogliamo un mondo migliore, dobbiamo uscire da noi stessi, fermamente convinti che il segno intangibile della "gratuità" sta proprio nella "parresia" intesa come coraggio di "osare", di criticare i "soprusi", l’assenza di "solidarietà", l’odio, la guerra e ogni genere d’"egoismo" nella storia. È questa la "discriminante" tra una pratica "religiosa", "algida" e "disincarnata", "asettica" rispetto alle vicende umane, e la coraggiosa "franchezza" di coloro che, come i "Missionari" di cui oggi facciamo "memoria", vivono la "militanza" nel nome di Dio.
E quando per "ignavia", stanchezza o delusione, noi "cristiani" del cosiddetto "Primo Mondo", avessimo la tentazione di gettare la spugna rinunciando ad agire per il futuro, dovremmo avere l’umiltà di imparare da loro, "Martiri" del "Terzo Millennio". Sovvengono allora quasi istintivamente le parole del "Vescovo" Romero: «La mia vita appartiene a voi». A un "popolo" da servire fedelmente. La scelta di "illuminare" od "oscurare" l’esistenza è nella condotta dell’uomo e non fuori di lui.