La scontata "rielezione" di Bashir

PRECEDENTE     Il Sudan senza "pace"     SEGUENTE
vota senza "pluralismo"

Giulio Albanese
("Avvenire", 10/4/’10)

Pur non avendo tra le mani una "sfera di cristallo" per immaginare cosa accadrà prossimamente in Sudan, la sensazione è che il "gigante africano" sia ormai una pericolosissima "polveriera". Da quelle parti, tra la "gente comune", l'incubo dell'ennesima "guerra civile" è sempre in agguato, con inevitabili ripercussioni sull'intero "Corno d'Africa". A questo riguardo, sono molti i segnali che destano preoccupazione guardando al futuro. Anzitutto il "boicottaggio" delle "elezioni generali", in programma da domani a Martedì, da parte delle principali "formazioni politiche" dell'"opposizione", unitamente alle crescenti tensioni tra il "Governo" di Khartoum e i "ribelli" del "Movimento Darfuriano per la Giustizia e l'Uguaglianza" ("Jem") in merito alla violazione del "cessate il fuoco" siglato lo scorso Febbraio a Doha (Qatar). Per non parlare delle serie restrizioni sulla "libertà di espressione" da parte del "Governo centrale", che riguardano sia i "dissidenti politici" sia la "società civile" nelle sue molteplici articolazioni, "Chiesa Cattolica" in "primis". E mentre la retorica del "regime" è quotidianamente scandita da "slogan" che tendono a delegittimare gli "avversari politici", la "pace" sembra ridursi sempre più a una sorta di "miraggio". D'altronde, è bene rammentare che stiamo parlando di un "Paese" che dall'"indipendenza" ad oggi è quasi sempre stato in "guerra". Dalla prima "ribellione" denominata "Anya Nya I" (dal 1955 al 1972), alla seconda edizione del "conflitto" (dal 1983 al 2005), cui si e aggiunta, come se non bastasse, la vicenda del Darfur che, dal Febbraio del 2003, ha visto morte e "distruzione", con ripercussioni notevoli anche sul vicino Ciad. A questo punto, sono in molti a pensare che il "copione" sia già stato scritto da tempo e che cioè il "vincitore" sarà sempre lui, il "Presidente" uscente, l'"irriducibile" Omar Hassan El-Bashir, su cui pesa peraltro un "mandato di cattura" "internazionale" spiccato dalla "Corte Penale Internazionale" dell'Aja. E cosa dire della "consultazione referendaria" in programma il prossimo anno, che dovrebbe sancire l'"auto-determinazione" delle "regioni meridionali"? Di questo passo potrebbe essere irrimediabilmente vanificata da un ritorno alle "armi" da parte degli ex "ribelli" del "Movimento per la Liberazione Popolare del Sudan" ("Splm").
Nell'"analisi" della situazione, vi sono comunque tre "variabili" da non sottovalutare, e la prima riguarda il ruolo delle grandi "potenze", soprattutto
Stati Uniti e Cina. L'inviato "Usa" per il Sudan, Scott Gration, è ritornato a Khartoum a meno di una settimana dalle "elezioni", a riprova che Washington non solo sostiene il "processo di pace", ma vorrebbe che il "Governo" di Pechino, tradizionale "alleato" di Bashir, uscisse definitivamente allo scoperto. La stabilità, in questa prospettiva, potrebbe essere garantita dall'applicazione di una "strategia comune" del "business" del petrolio di cui è ricco il "sotto-suolo" sudanese. Ed è proprio questo il secondo elemento che andrebbe evidenziato, quello degli "interessi stranieri" legati all'"oro nero", che hanno sempre pesantemente condizionato la storia "post-coloniale" del "Paese". La spartizione dei "proventi petroliferi" rimane infatti un "nodo" da sciogliere non solo tra "Nord" e "Sud" Sudan, ma anche in chiave "internazionale". Vi è poi una terza questione da considerare con attenzione: la cronica "riottosità" tra le varie "etnie" delle "regioni meridionali", che indebolisce non solo il fronte dell'"autonomia", ma pare sia addirittura fomentata da Khartoum secondo la vecchia logica del "divide et impera". Anche se i pastori "Denka" vorrebbero parlare di "cieng" (traducibile con "vivere insieme in armonia") e i "Misseriya" pronunciano spesso la parola "salam" (la "pace" agognata), il cammino di "riconciliazione" è tutto in salita.