Il "47° Anniversario" dell’"idea unitaria"

RITAGLI   Africa, lunga è la strada verso la "cittadinanza"   MISSIONE AMICIZIA

Giulio Albanese
("Avvenire", 25/5/’10)

Oggi è il "giorno" dell’Africa.
Ricorre infatti il "47° Anniversario" dell’
"Organizzazione per l’Unità Africana" ("Oua"). Un’"Istituzione" che intendeva esprimere idealmente i sogni e le attese dei grandi fautori del "pan-africanesimo", "Presidenti" del calibro di Kwame N’krumah (Ghana), Léopold Sédar Senghor (Senegal) o Julius Nyerere (Tanzania). Il "Continente" allora, nel Maggio del 1963, stava attraversando l’agognata stagione del "riscatto" da quella che i "maître à penser" della "negritude" definivano l’"onta" del "colonialismo europeo". Eppure, la sensazione è che oggi l’Africa, nonostante l’avvento dell’"Unione Africana" ("Ua") nel 2002, continui a rappresentare il "fanalino di coda" nel contesto dello "sviluppo planetario". In "primis", la drammatica situazione in cui versa il "Corno d’Africa" dove si consumano le più gravi "crisi umanitarie" del nostro "Pianeta": in Somalia e nella "Regione Sudanese" del Darfur. Per non parlare della "guerra fredda" tra Etiopia ed Eritrea, come anche dei fragilissimi "equilibri" nella "Regione dei Grandi Laghi", in particolare sul versante "Orientale" della "Repubblica Democratica del Congo". E come se non bastasse, con accentuazioni diverse, desta preoccupazione la "crisi economica" e "sociale" in cui versa lo Zimbabwe. E cosa dire del "malessere" che affligge la Nigeria in cui si acuiscono le "rivalità etniche" e "religiose" per la debolezza strutturale di una "classe dirigente" incapace di gestire il lucroso "business" del petrolio? E, come se non bastasse, il "Neo-Presidente sudafricano" Jacob Zuma sembra non essere all’altezza di moderare quei già difficili "equilibri sociali" che le "Presidenze" di Nelson Mandela e Thabo Mbeki erano riuscite quantomeno a regolare evitando lo "scontro razziale". Detto questo, lo scenario "economico" del "Continente" non è certo confortante, considerando soprattutto la difficile congiuntura che interessa le "piazze finanziarie" di mezzo mondo. Un fenomeno che di riflesso penalizza fortemente l’Africa, comportando drastici "tagli", da parte dei "donatori internazionali", ai "fondi" destinati alla "cooperazione"; oltre al fatto che i "conti pubblici" sono a rischio, mentre la "spesa pubblica" diminuisce. Pur apprezzando la straordinaria vitalità di tanta "società civile africana" che un po’ ovunque s’è mobilitata per affermare il diritto di "cittadinanza" a livello "continentale", la sensazione è che il cammino sia ancora tutto in salita. I padri dell’"indipendenza africana" avevano posto l’"Unità Continentale" come "conditio sine qua non" per un’Africa protagonista sulla scena "mondiale". Un obiettivo allora incentrato su due presupposti: il principio di «non ingerenza» negli affari interni dei singoli "Stati" e «l’intangibilità delle frontiere».
Riguardo alla "non ingerenza", la nascita dell’"Unione Africana" ha certamente rappresentato un superamento, almeno in linea di principio, di questo "assioma", mentre sulla questione dei "confini" l’orientamento è sempre incentrato sul mantenimento della "geografia coloniale". Ecco perché, ad esempio, sono molte le incognite che pesano sul prossimo "Referendum" per l’"auto-determinazione" del
"Sud Sudan" in programma nel 2011. E se da una parte è vero che l’Africa è ormai divenuta la "linea di faglia" tra "Oriente" e "Occidente" – non solo per le infiltrazioni del "jihadismo" in alcuni "Paesi", ma anche perché rappresenta un’irrinunciabile "fonte energetica" per Cina e Stati Uniti – dall’altra, le "classi dirigenti locali" sono spesso avvezze al mantenimento del potere "sine die", come nel caso del "Premier etiopico" Meles Zenawi o del "Presidente camerunese" Paul Biya. Davvero "profetico", in questo senso, il "Messaggio Finale" del recente "Sinodo Africano": «L’Africa ha bisogno di "politici santi" che combattano la "corruzione" e lavorino al "bene comune"». Perché l’Africa, "poliedrico contenitore" di "culture ancestrali", non è affatto un "Continente povero", semmai impoverito dalla "bramosia" delle "oligarchie locali" e dei "potentati stranieri" che la considerano, ancora oggi, una "terra di conquista".