I "risultati" del "Vertice" di Kampala

RITAGLI     «Tolleranza zero» col "Jhadismo" d’Africa     MISSIONE AMICIZIA
ma serve più "politica"

Giulio Albanese
("Avvenire", 28/7/’10)

La "questione Somala", che rimane la prima "emergenza umanitaria" a livello "planetario", ha tenuto banco al "Vertice" dell’"Unione Africana" ("Ua") che si è svolto in questi giorni a Kampala in Uganda. Il "dibattito" ha fatto emergere, come al solito, divergenze tra i "leader Africani" ma è giunto a una sofferta conclusione: il rafforzamento della "Missione Panafricana" "Amisom" in termini di "truppe" e di "equipaggiamento". La decisione risponde alla richiesta avanzata dal "Presidente Ugandese" Yoweri Museveni, per un rinnovato impegno contro il fenomeno del "Jihadismo", che sta contaminando il "Corno d’Africa". I due "attentati" compiuti l’11 Luglio nella "Capitale Ugandese", rivendicati dagli "estremisti Somali" di "Al-Shaabab", hanno infatti convinto Museveni che non c’è tempo da perdere se si vuole evitare che la "crisi" destabilizzi l’intera "regione". L’"Amisom" ha avuto a disposizione finora 6.300 uomini, un contingente di "peace-keeper" formato da "truppe Ugandesi" e "Burundesi" che, a seguito della decisione dei "leader Africani", è destinato a raggiungere un totale di 10.100 "soldati". Al "Summit" di Kampala sembrava profilarsi l’ipotesi di una revisione radicale delle "regole d’ingaggio", impiegando il contingente "Amisom" non solo a scopo di "difesa". Ma questa opzione, benché voluta fortemente dall’Uganda, non è passata anche se i "peace-keeper" dovrebbero avere maggiore "libertà d’azione" rispetto al passato.
Fin qui i pronunciamenti, espressi nella "risoluzione finale", legati all’impegno assunto dall’"Unione" di garantire la "sicurezza" in
Somalia. Un indirizzo che attenua l’ipotesi di un rilancio dell’opzione "militare" che finora si è rivelata fallimentare anche con l’impiego dei "soldati Etiopici", ma che sembra richiamare una maggiore responsabilità e presenza sul campo del contingente. Un inasprimento delle "regole d’ingaggio" del "sostegno militare internazionale" alle "Istituzioni Somale" (e a chi rinuncia alla guerra) che l’anima "moderata" dell’"Unione" ha bilanciato, incoraggiando il debole "Governo Federale di Transizione" a proseguire gli sforzi per espandere la propria "base politica".
Insomma, "tolleranza zero" nei confronti dei "violenti" e insieme disponibilità al "dialogo" con le componenti della "società Somala", cronicamente "litigiose" ma anche in grado d’essere ricompattate attraverso un’azione "negoziale" di alto profilo. Per questa ragione i "leader Africani" hanno deciso di affidare a un "comitato" di "saggi" il compito di sensibilizzare la
"diplomazia internazionale" sulla "crisi" in atto nel "Corno d’Africa". E in questo ambito l’Italia ha certamente le carte in regola per svolgere un ruolo di "riferimento". D’altronde è ormai chiaro che, se nella seconda metà del "Novecento" la linea di faglia tra "Oriente" ed "Occidente" correva sul "versante "Mediorientale", oggi questa linea di "tensione" si sta gradualmente trasferendo sul "territorio Africano", a partire proprio dalla Somalia, ricca di "fonti energetiche" come l’"uranio" e gli "idro-carburi". Lo stesso ragionamento vale naturalmente per il Sudan, dove la "crisi Darfuriana" rimane una "ferita" aperta, col rischio che possa riesplodere la "guerra civile" nelle "regioni Meridionali", qualora venisse meno il "dialogo" tra il "Governo centrale" e gli "ex ribelli" dell’"Esercito Popolare di Liberazione del Sudan" ("Spla"). La sensazione, comunque, è che l’"Unione Africana" da sola non riesca ad innescare l’auspicato "Rinascimento Africano" tanto caro al vecchio Nelson Mandela. Riguardo poi al "sogno" di Muhammar Gheddafi, quello di realizzare gli "Stati Uniti d’Africa", questo, per ora, rimane nel cassetto. E in fondo è bene così, essendo a rigor di logica un punto d’arrivo e non di partenza per un "Continente" in cui i "Governi" propendono per un rafforzamento dei blocchi "economici" e "politici" "regionali", non avendo peraltro voglia di rinunciare alle loro prerogative "nazionali". Né va dimenticato che, fino a quando le "oligarchie locali" saranno "conniventi" con le "imprese straniere" che imperversano ovunque, le "casse" degli "Stati Africani" rimarranno a secco e non ci saranno soldi per le "politiche sociali" come nel caso degli interventi, auspicati dall’"Unione Africana", in favore della "salute materno-infantile".