IN DIALOGO…

RITAGLI     Capire l’Algeria oggi:     ALGERIA
oltre l’"islamismo", tanta voglia di libertà!

Khaled Fouad Allam
("Avvenire", 6/9/’09)

Per certi versi l’Algeria è stata un "laboratorio" di molte tra le dinamiche politiche e "socio-culturali" che hanno caratterizzato il "XX Secolo".
Appena usciti dalla "colonizzazione", sull’onda del "terzo-mondismo", il Paese ha sperimentato un "socialismo" a metà strada tra quello dei "non-allineati" e quello legato alla ricostruzione della personalità di base "arabo-islamica" che il "colonialismo" francese aveva marginalizzato. Nei primi due decenni dall’indipendenza i due aspetti – "socialismo" e identità "arabo-islamica" – hanno gareggiato fra loro, fino all’esplosione, alla fine degli "Anni ’70", dell’"islamismo" radicale. Io stesso ho visto nascere il fenomeno a La Senia, "campus" dell’Università di
Orano; e già allora era chiaro che quell’"Islam" dei "campus universitari" e delle giovani generazioni non era più spiritualità ma mera ideologia politica, che voleva porsi come l’alternativa a un modello di sviluppo considerato produttore di ingiustizia e figlio dell’Occidente.
Tutte queste contraddizioni non si sono risolte negli ultimi trent’anni; ma se in passato quell’"islamismo" si era diffuso a macchia d’olio fra un popolazione che era composta al 70% da giovani sotto i venticinque anni, oggi le cose sono notevolmente cambiate. In primo luogo perché la generazione di terroristi "islamisti" è invecchiata, e la dura realtà prevale sull’ideologia; in secondo luogo perché non è possibile analizzare l’Algeria senza considerare che comunque i modelli dello "stato islamico", come l’
Iran o l’Afghanistan dei "talebani", sono stati un fallimento; in terzo luogo, la gioventù che cresce ad Algeri, a Beirut o nella stessa Teheran, si collega oggi ai processi mondiali di richiesta di "democrazia" e di libertà. È qui che risiedono oggi le poste in gioco e le vere battaglie.
Certo, il "terrorismo" in Algeria non è morto, esiste la frangia "maghrebina" di "Al Qaeda", capace di colpire ancora nel momento in cui meno lo si aspetta; ma oggi, rispetto al passato, vi è una differenza sociologica di non poco conto: quei movimenti sono divenuti movimenti "di élite", formati da intellettuali "precarizzati" o da giovani attratti dalla "narrazione ideologica", e non hanno più la base sociale di cui godevano quindici anni fa. Oggi i ragazzi sognano l’Occidente e l’Europa non più soltanto perché rappresentano una vita agiata come era per i loro genitori negli "Anni ’60-’70", ma in quanto libertà.
Tutto ciò si svolge oggi in un contesto mondiale che tende a plasmare l’immagine di un "Islam" aggressivo, man mano che negli stessi paesi "islamici" si assiste a una "re-islamizzazione" su un modello conservatore "neo-ortodosso", che avviene però di pari passo con l’inizio di "secolarizzazione" di alcune frange della società; la
Turchia è esemplare in questo senso.
Quando si analizzano i fenomeni relativi all’"Islam", si dovrebbe cercare di riconoscere nei processi locali le tendenze costanti in ogni fenomeno sociologico e religioso: la "globalizzazione" dei comportamenti riguarda oggi Algeri come Roma o Parigi. Il rischio, secondo me, è che l’Europa non sappia riconoscere le prospettive di cambiamento che investono il mondo intero: non è vero che tutti i paesi "islamici" sono condannati all’"islamismo".