TESTIMONIANZA

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Giuliano Giovannini, all’età di dodici anni,
ha perso una gamba e le dita della mano destra.
È istruttore di "sci-alpinismo":
«Più che insegnare una "tecnica", comunico un’esperienza».

Giuliano Giovannini, maestro dell'andare in montagna con semplicità...

Da Trento, Diego Andreatta
("Avvenire", 19/8/’09)

«Anche quando la meta è la stessa, ogni gita ha un gusto nuovo. Cambia il tempo, la compagnia, i sassi, tu stesso sei diverso. Proprio come una farfalla, che si posa su un fiore una volta, ma poi ci torna ancora volentieri... non è che non lo guarda più. Per questo non capisco chi sostiene: "Quella cima l’ho già fatta!". E gli dico: "Ma pensi di dover conquistare il mondo intero, prima di sentirti soddisfatto?"». Da una vita Giuliano Giovannini insegna a "volare" così in alta quota, con l’istinto appagato di una farfalla. Gli amici alpinisti trentini l’hanno premiato col "Chiodo d’oro" per la sua carriera sulle principali "vie" delle Alpi. A 65 anni guarda ancora avanti, non gli interessano i "record": «La parola "conquista" mi fa pensare a eserciti in lotta, forza da esibire – taglia corto – . La montagna non si conquista, esige invece rispetto e riverenza. Così come non si conquista la vita, che è un dono del "Padreterno"». Detto da lui, vale doppio. Fino a 12 anni si divertiva ad arrampicarsi sugli abeti più alti di Sardagna, panoramico "sobborgo" di Trento. Da allora è privo di una gamba e delle dita della mano destra: un terribile incidente, che non considera una disgrazia. «Sono stato fortunato, mi dico. Questa mia debolezza è diventata un’opportunità». Gli riconoscono un "sesto senso" gli allievi dei corsi "Sosat" che spesso non s’accorgono subito di quell’arto "artificiale" e restano ammirati di come in roccia riesca a trovare "appigli" sulle placche anche laddove non ci sono, creandosi armonici equilibri. E d’inverno tanti hanno seguito le code dei suoi sci, rispettando le soste, il cenno ad ammirare qualche pianta, un cielo, le sfumature cromatiche nel ghiaccio: «Invito a fermarsi anche solo per ascoltare l’aria. A cosa assomiglia, con quei rumori che possono sembrare una sinfonia. E osservare il cambiamento repentino della luce, grazie ad una corrente che trasporta le nubi. O lo spettacolo rosso scarlatto delle "sassifraghe", già fiorite fra le rocce, quando pochi metri più sotto devono ancora ritirarsi le nevi».
Maestro Giuliano, come si prepara una gita? «A tavolino. Quando sei lì puoi trovarti stanco, senza lucidità. Devi sapere dove ti trovi, cosa t’aspetta ancora. Saper leggere una cartina, le "curve di livello", l’altimetro. Il "Gps"? Utile, ma si può scaricare, quindi... è importante una valutazione delle distanze, dei punti di appoggio». I capelli d’argento liberi nel vento, sotto il viso brunito dal sole. «Non mi sento proprio di dover insegnare solo nodi e assicurazioni, una "tecnica" insomma. Ci tengo piuttosto a comunicare un’esperienza della montagna, uno stile di "rispetto"».
Chi ringrazia, al ritorno da una gita? «Gli amici, perché il rapporto umano è la dimensione ineguagliabile. E il "Padreterno", lui mi ha dato la forza fisica che mi consente di realizzare tanti progetti. Non spinto dal desiderio di emulare altri, ma dal riconoscimento del mio "limite". Perché il "limite" ti rimette a posto, ti richiama a ciò che sei. Così la vita ti appare nuova ad ogni passo, ti propone altri "appigli"».