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nascosta nei nostri rapporti...

La "pace" del "Natale" può trasformare tante piccole forme
di "sopraffazione" e di "prepotenza", che si insinuano nel "quotidiano".

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Ho trascorso l’"Avvento" accompagnato da alcuni "Sms", dolcissimi, di una coppia di miei giovani amici, che hanno scoperto di essere in attesa di un bambino proprio in questo periodo, nel "Tempo dell’Attesa"; la notizia è giunta loro durante la cosiddetta "Novena dell’Immacolata", i giorni che precedono la "Solennità" dell’8 Dicembre. Penso che la gioia dell’attesa della nascita di un bambino sia una delle esperienze più belle che si possano vivere! Questa coppia, in precedenza, aveva purtroppo vissuto il trauma dell’interruzione spontanea di una gravidanza; attraverso l’ecografia, sapevano che stavano aspettando un maschietto; un Sacerdote, nel desiderio di alleviare la loro sofferenza, ebbe la felice intuizione di suggerire loro di dare ugualmente un nome al bambino che, per alcuni mesi, aveva vissuto nel grembo della mamma. Con grande fede e delicatezza, mi rivelarono di aver fatto questo gesto, di averlo chiamato Matteo (nome di fantasia); lo hanno fatto nella lucida certezza che ci sarà un futuro incontro con lui in Paradiso...
Ho conosciuto molte persone, molte giovani donne, che, per i motivi più vari, hanno vissuto un’interruzione di gravidanza, ma non mi era venuta in mente un’idea del genere, così bella e luminosa!
L’immagine di questa famiglia, in attesa, richiama in me la dolcezza del
"Natale": una dolcezza gioiosa, pacata, sorridente, semplice...
"Natale" spesso fa rima con pace; in questo periodo, è frequente ascoltare alla Radio o alla Televisione Canzoni, Poesie o Preghiere che invocano la fine di ogni guerra. La guerra sembra una cosa lontana, di altri Continenti!
Io avverto invece una violenza vicina, preoccupante, presente nella mia vita. È la violenza presente nei rapporti umani, nelle parole, nel modo di rivolgersi alle persone; è la violenza dei giudizi sull’operato degli altri, degli ordini, dei comandi, delle critiche; è la violenza del non chiedere "scusa" quando si sbaglia, dell’indifferenza, dello scontro verbale, delle volgarità, dell’assenza di dialogo, del non saper ascoltare le motivazioni degli altri; talvolta, soffro anche per la violenza delle immagini e dei suoni, spesso troppo forti e penetranti; sono certo che, io per primo, ho comportamenti violenti verso altre persone, e chiedo perdono. La violenza verbale, le offese, gli scontri duri sono purtroppo materiale per costruire "spettacolo"...
Vorrei chiederti, Gesù, per questo "Natale", per me e per tutti noi, il dono di essere operatori di "non-violenza" e di pace: perché dalle violenze nascono le divisioni, e noi tutti siamo un’unica "famiglia", che ha bisogno di essere unita, nell’amore e nella verità!

("Avvenire", 21/12/’10)