MISSIONE SPERANZA

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chi detta il "passo" è il più "debole"!

Tutti insieme, in "cordata", con coraggio e fiducia, in arrivo sulla Vetta del Monte Bianco...

DON NICOLÒ ANSELMI
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Fin da piccolo, i miei genitori ed i miei Educatori mi hanno accompagnato in Montagna, e mi hanno insegnato ad amarla! Su questa strada, sono stato agevolato dall’essere nato in Liguria, a pochi passi dalle Alpi Marittime, e non molto lontana dai 4.810 metri del Monte Bianco... Mi sembra di aver camminato in Montagna da sempre: zaino, tenda, sacco a pelo, scarponi, borraccia, sono oggetti che mi appartengono! A 18 anni, con un amico, mio coetaneo, abbiamo cominciato ad avvicinarci all’Alpinismo, praticando un po’ di "Free-Climbing", e la progressione su ghiaccio e roccia, con piccozza, ramponi e corda; da allora, non ho mai abbandonato l’Alpinismo. Ma amo anche semplicemente "camminare"; un’estate, ho calcolato di aver percorso a piedi circa 800 chilometri! Dalla Montagna, ho imparato molte cose: una di queste, è la necessità di camminare con il passo del più lento! Non è vera gioia l’arrivare per primi al Rifugio, e dover attendere l’amico affaticato e stanco; progredire insieme, è infinitamente più bello; ricordo che, in molti casi, i più lenti venivano messi davanti... Qualche volta, è capitato anche a me di essere il più lento, ed essere lasciato solo non mi è piaciuto; se il più debole, stanco, rinuncia e torna a valle, tutta la gita acquista il sapore della sconfitta! L’importanza del camminare, e quindi del vivere con il passo del più debole, risulta ancora più evidente quando si procede in "cordata", su percorsi particolarmente difficili. È impossibile andare veloce, se anche solo una persona non ci riesce...
Andando in Montagna, legati insieme da una corda, ho imparato quanto sia necessario essere uniti, ed attenti gli uni agli altri; se il
"capo-cordata" imposta un passo troppo veloce, dopo poco tempo, il più debole si stancherà, e comincerà a chiedere di fermarsi. Se il "capo-cordata" non conosce il percorso ma, soprattutto, i suoi compagni, non riuscirà a dettare il passo adatto! Senza un adeguato ascolto del più debole, il rischio di arrabbiarsi è alto, come pure quello di non arrivare alla meta, e di dover tornare indietro tutti... Andando in Montagna, ho imparato ad alleggerire lo zaino, a capire quali sono le cose indispensabili e quelle inutili; uno zaino leggero aiuta a camminare meglio, ma soprattutto è disponibile ad accogliere i pesi dei compagni, di quelli più stanchi ed inesperti. Fra le cose indispensabili, ci sono anche quelle che gli altri potrebbero dimenticare: l’acqua, il cioccolato, un pezzo di corda ed un moschettone in più! Un buon "capo-cordata" permette di percorrere strade e di fare passaggi impensabili. In Montagna, non si va mai da soli; in una "cordata", almeno due persone devono avere le stesse competenze e capacità: di modo che, se il primo ha un problema, il secondo è in grado di risolverlo...
La "cordata" è, a mio parere, una metafora interessante della vita; siamo tutti legati, e chi detta il passo è il più debole, il più lento, colui che soffre! Gli "ultimi", i sofferenti, hanno una sorta di autorità, che non può essere dimenticata; chi soffre, dovrebbe avere la possibilità di indicare le priorità, dettare l’Agenda Politica di una Società. Se non è così, si rischia un fallimento generale: non si raggiungerà la meta, saremo un po’ più disumani, ed il prezzo da pagare è la felicità di tutti!

("Avvenire", 25/5/’11)