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per saper «vedere» chi è dietro le "sbarre"!

Non lasciare soli i "Detenuti", significa avere "occhi" per cogliere le loro "sofferenze".
Vincendo i "pregiudizi", con piccoli "gesti" concreti.

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Sabato e Domenica scorsa, sono tornato a Genova! E, ogni volta che rientro a casa, ho la possibilità di incontrare di persona amici, con i quali mi sento solo via telefono, o via "Web"... Ho incontrato giovani e coetanei; molti di loro sono preoccupati; tutti, in Famiglia o fra i parenti, vivono situazioni di difficoltà economica, esistenziale, affettiva; sembra quasi che, questo tempo di crisi, getti un velo di tristezza su ogni cosa; in questa situazione, la fede in Gesù Risorto, nostra speranza, deve illuminare in modo ancora più splendente!
Questo tempo di sofferenza è un’opportunità per le nostre Parrocchie, le nostre Associazioni, le nostre Diocesi, i nostri Gruppi, i nostri Istituti... Personalmente, sento questo tempo come una sfida, che diventa una domanda: vivo veramente il "Comandamento" dell’amore per il prossimo, oppure il «prossimo», in realtà, è un lontano?
Questo è il tempo della verità, della fraternità vera, della condivisione del tempo e delle energie, del mettere in comune i beni materiali; è il tempo della prova, per le nostre Comunità Cristiane, per valutare se amiamo «solo a parole, con la lingua, o anche nei fatti, e nella verità».
Sono sicuro che lo Spirito Santo ci aiuterà a cogliere questo tempo di Grazia, e a rendere ancora più efficace e concreta quest’energia d’amore, che nasce dall’Eucaristia celebrata insieme!
Fra le persone che ho incontrato, c’è Alessio (nome di fantasia), un mio compagno di giovinezza, cresciuto con me, con la mia stessa educazione, vissuto nel mio stesso ambiente. Intorno ai vent’anni, ha preso la strada della
"Droga"! Il 25 Aprile, è uscito dal Carcere, dopo quattro anni e otto mesi, trascorsi in cella e in Comunità. Ha il "diabete"; è gonfio, e intontito dalle dosi massicce di "psicofarmaci"; è, praticamente, senza denti...
Quando ci siamo incontrati, mi ha raccontato come si vive in una cella, di pochi metri quadrati, pensata per quattro persone, ed abitata da sette, otto carcerati. Ogni giorno, è possibile uscire dalla cella, per un’ora! Negli ultimi mesi, ha avuto la possibilità di essere trasferito in una Comunità. In ogni cella, c’è un fornelletto, per cucinare qualcosa di diverso, da ciò che viene preparato dalle cucine del Carcere; in cella si cucina, se c’è qualcosa da cucinare: se qualcuno, da fuori, si ricorda dei Detenuti, e fa giungere loro un po’ di cibo, o qualche soldo, per acquistare generi alimentari, allo "Spaccio" del Carcere. Fortunatamente, alcune Associazioni aiutano i Carcerati!
I Detenuti non si vedono, sono al chiuso, lontani dagli occhi e, purtroppo, talvolta, lontani dal cuore...
In un viaggio, fatto con alcuni giovani, nella
"Repubblica Democratica del Congo", abbiamo visitato un Carcere; là, nessuno preparava il cibo per i Detenuti; le Comunità Cristiane, Cattoliche e Protestanti, a turno, ogni settimana, portavano il cibo ai Carcerati.
Le possibilità di amare sono tante, oggi ancora di più! Chiediamo al Signore di avere occhi per saperle vedere, un cuore coraggioso per amarle, braccia e gambe per affrontarle concretamente!

("Avvenire", 9/5/’12)