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Una "scena" ricorrente sulle nostre strade: giovani «sfatti», tra bottiglie vuote.
Lo "sperpero" del sogno di felicità, riservato a tutti dall’unico "Padre".

Don Nicolò Anselmi
Responsabile del Servizio Nazionale della Pastorale Giovanile
don.nico@libero.it

Questa estate, con un piccolo gruppo di giovani, abbiamo fatto un viaggio «on the road» in Danimarca e Svezia: macchina, tenda, "zimmer" e "ostelli". Una Domenica era in programma la visita del centro di Copenhagen e la partecipazione alla "Messa" nella Cattedrale cattolica.
La "zona pedonale" di Copenhagen ci ha accolto invasa da lattine di birra vuote, bottiglie rotte; erano tracce degli «after hour» del Sabato sera. Passeggiando stupiti abbiamo incontrato, seduti sugli scalini davanti a una serranda "graffitata", tre giovani: uno dormiva, probabilmente ubriaco, mentre una giovane con i capelli lunghi biondi singhiozzava, abbracciata dall’amica che tentava di consolarla.
Una scena triste, probabilmente frequente anche in Italia, nelle nostre città; ubriacarsi il Venerdì o il Sabato è quasi una "moda", per molti giovani un’abitudine.
Un "catechismo" di alcuni anni fa diceva che il cammino di fede spesso inizia con le "domande di senso"… Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Oggi preferirei rivolgere a un giovane abituato allo "sballo" una domanda più legata al presente: «Sei felice vivendo così?».
Negli ultimi mesi si è parlato molto di provvedimenti "restrittivi" circa l’uso dell’alcool, e ogni fine settimana preghiamo per decine di ragazzi morti, spesso a causa di guida in stato di "ebbrezza". I «rave party» estivi anche quest’anno ci hanno fatto piangere; la morte di Nunzio a Segrate e di altri giovani in Molise e a Lecce ci hanno "svuotato".
Un aspetto di cui si parla poco, a proposito dell’alcool, è quello dei "danni permanenti". Se i ragazzi sapessero che certe "sostanze" rendono la persona un po’ più lenta, meno "brillante", forse qualcuno ci penserebbe due volte ad abbracciare un certo stile di vita.
Durante una discussione in classe sulla questione "giovani ed alcool", un mio alunno mi fece notare, in modo chiaramente provocatorio, che lui pur ubriacandosi e fumando "cannabis" aveva la "sufficienza" in tutte le materie, e anche qualche 7 e 8; risposi che, probabilmente, se avesse fatto a meno di certe "sostanze", i 6 si sarebbero tramutati in 7 e gli 8 in 9.
Dio "Padre", come ogni "papà", ha in mente un sogno di felicità per tutti i suoi figli, una vita bella e "santa". Dio è giusto, e quindi deve essere possibile per tutti, in qualunque situazione si trovi, vivere una vita bella e "santa". Per ogni giovane, "credente" o no, c’è un modo di vivere bello, ispirato al dono, alla gratuità, all’amore, al servizio. Ho visto tanti giovani con gli occhi umidi per gesti d’amore donati o ricevuti da un "disabile", un bambino, un malato, un anziano, un povero, alla fine di un "campo scuola" con i ragazzi; erano lacrime di gioia, ben diverse da quelle della ragazza di Copenhagen e dei famigliari di Nunzio!

("Avvenire", 15/9’09)