Il Papa in visita a un "Hospice" di Roma

RITAGLI     Accolti e amati sono tutti i "viventi"     DOCUMENTI

Papa Benedetto XVI, in visita all'Hospice Sacro Cuore della Fondazione Roma...

Giuseppe Anzani
("Avvenire", 15/12/’09)

"Hospice" è una parola dolce, "Hospice" è una parola dolorosa.
È nel cuore che tutto si contiene, che tutto si consuma. La "fede", è l’identica e suprema ragione dell’"amore".
Dice accoglienza, dice persino un abbraccio, se si intende che le cure "palliative" che vi si praticano prendono nome dall’immagine di un "mantello" ("pallium") che avvolge e ripara, conforta e riscalda, e umanamente rincuora. Ma dice dolore perché l’incontro avviene oltre il confine della speranza, se la speranza si identifica nella "guarigione", non più raggiungibile. E maggiormente scava il dolore, dentro gli affetti, a mano a mano che affiora e si fa cosciente il pensiero, sempre "rintuzzato" d’istinto, che infine non c’è "porta" che chiuda più fuori il bussare della morte. La morte, ecco l’altra parola. La morte come "nemica" della vita, qual è. La morte temuta, la morte combattuta dalle risorse inventive e stupende della scienza, della medicina, della "farmacopea". La morte sfidata e tenuta in scacco, la morte rimontata dalle tecniche "rianimatorie", dalle terapie di "sostentamento vitale". Quanto è grande la gioia delle "guarigioni", della vita che riprende respiro e vigore. Ma pur sempre un’ombra all’"uscio", la morte, che torna a bussare prima o poi, e segna dunque un destino, una "clessidra" che macina, poca o tanta, una sabbia finita. Allora il problema umano si rovescia, se è l’uomo che vuol capire che cos’è la sua morte, anziché sia la morte a "ghermirlo" senza che lui l’abbia capita. Capìta, sì, incontrata, "vissuta" mi verrebbe da dire, quando essa è venuta. Sì da poter dire, alla "nemica", la parola dell’incandescente sapienza, intuita e cantata da
San Francesco, la parola che saluta "sorella morte". Io ora penso all’"Hospice" così, alla cura della vita dentro l’accoglienza d’un "mantello" che lenisce il dolore, dominando quello "fisico", addolcendo quello "psichico", facendo "compagnia" al cammino che non ha più possibilità di contrastare un "appuntamento" annunciato. Una compagnia intensa, quasi coinvolgimento profondo sulla soglia del "mistero", che immette alla verità e al senso stesso della vita vissuta, dei suoi compiti assolti, delle sue gioie e dei suoi pianti, quando il grembo della morte la trasloca nell’"oltre". Una presenza affettuosa che è in sé una sorta di radicale "orazione" al Dio della vita, una speranza nella "Vita". Ieri il Papa ha visitato un "Hospice" di Roma che cura malati di "cancro" in fase "terminale", e malati di "Alzheimer" e di "Sla".
Nel suo "Discorso" breve, fortemente affettuoso, io ora leggo un punto di "dottrina" e un punto di vita, incrociati. Tra i concetti, la "dignità umana" contrapposta alla "mentalità efficientistica" che fa dei "deboli" un peso, mi sembra un lampo che squarcia gli inquieti orizzonti scuri sul "fine-vita" di tutti, che taglia corto sui quesiti "fittizi" e "atroci" di chi sarebbe "degno" o "indegno" di vivere. Ma al dunque, la verità vissuta è poi quella dei «gesti concreti dell’amore». Rileggo, lentamente, le "parole" del Papa. Mi sembra di capire che il "coraggio" è una parola imparentata con "cuore". La vita, la morte, tutto l’insieme, tutto il vivere, anche il "vivere la propria morte", il capire perché si muore, il sapere in "fede" che la vita è più grande del "transito". È nel cuore che tutto si contiene, che tutto si consuma, che la verità è accolta e amata; che accolti e amati sono tutti i "viventi", nella stagione della vita e nel passaggio della "morte". La "fede", infine, è l’identica e suprema ragione dell’"amore".