Gente da
"niente", "fratelli" nostri
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Giuseppe
Anzani
("Avvenire",
17/1/’10)
E adesso che cosa rimane e che
cosa è finito, che cosa è già morto e che cosa perdura dentro le nostre
"emozioni", dentro il pensiero trafitto di stupore e di pianto, del "terremoto"
di Haiti?
Ancora giungono le cifre cumulate dei "cadaveri" insepolti, dei corpi
estratti dalle "macerie" in incerto bilico fra morte e vita e vita
"mutilata", e dei vivi sepolti che ancora si cerca di salvare. Il
tempo che stringe la vita dei vivi è ora il frenetico duello della "dissepoltura";
anche a mani nude, in disperata passione; e poco più tardi il silenzio d’ogni
lamento vivo darà dimensione finale alla irreparata "sventura".
È questa "sventura" che si fa "nostra", che diventa il
nostro pensiero. Perché non ci basterà d’aver tolto dal nostro "salvadanaio"
qualche spicciolo di "soccorso" a placare il perché delle vite distrutte, a
spiegare la storia infinita dei "cataclismi" che
"normalmente" percuotono la terra, "cicloni",
"maremoti", "terremoti", "eruzioni vulcaniche", "tsunami";
come eventi "naturali" da subire e basta. C’è da capire che cos’è
la "ballata della morte" dentro le storie di ordinaria
"devastazione" della vita, di cui siamo spettatori.
La morte è "la nemica". La morte violenta, la morte
"massificata" da un evento "catastrofico", porta alla
ribalta il bisogno di verità sul quesito ultimo, cioè sul "senso della
vita". La morte è la "frontiera" dove il bisogno di verità si
confronta con le "contraddizioni" tra felicità e disperazione. Quei
"cadaveri" a mucchi, nelle strade di Haiti, usati persino dai
disperati a far "barricate", fanno desolato argomento d’angoscia
sulla presenza del male. Il male si accresce, se nel panorama della morte entra
il fantasma dello "sciacallo", e il bisogno di contrastarlo con i
soldati, come pure è avvenuto. Ma il quesito radicale sta a monte di ogni
vicenda, il quesito radicale è il male che sta nella morte.
Quel che sappiamo sugli "sconvolgimenti" della terra che abitiamo,
sulle "faglie" e le "derive" della "crosta
terrestre", sui pronostici "tellurici", sembra dirci che quanto
è accaduto è "naturale". E dunque ci dovrebbe essere noto il
"naturale" dolore possibile. Ma sulla speranza, sulla sfida che porta
con sé la "vocazione" umana della vita, e il senso del dolore che
intercetta la vita, dobbiamo ancora trovare risposta. Non ci arrenderemo, senza
aver capito la vita.
Può essere un caso che il "sisma" abbia colpito una terra di
"povertà" estrema, la terra degli "ultimi". Ci chiederemo almeno
perché esistano ancora degli "ultimi" la cui visibilità sociale
debba collocarsi a livello di "terremoto", o di
"estinzione". Ci chiederemo perché le case crollano lì, dove sono
fatte così, dove la gente da proteggere è gente da "niente". Ci
chiederemo se dipende da noi che sia gente o sia gente da "niente".
Non ci fermeremo finché non ci sia "giustizia". Ma il minimo è di
essere sicuri di averli confermati come "fratelli" nostri, nell’abbraccio
definitivo dove l’uomo "sofferente" è accolto per la vita, e dove
la vita è intesa come "dono".
A vincere le "schiere" della morte, nella sfida della
"natura", l’inventiva è l’intelligenza dell’"amore".