Dall’Iraq: i "cristiani" che non "cedono"

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E noi abbiamo aperto un "Ospedale"»

Le ultime "vittime" sono di questi giorni. Intanto, il 50% ha lasciato il "Paese",
2/3 se ne sono andati dalla "capitale", dove le "Parrocchie" si sono dimezzate.
In fuga dal "fondamentalismo".
Eppure, in Kurdistan, diverse "Chiese" stanno trovando una sorta di "rifugio",
e la possibilità di "riorganizzarsi".

Da Mosul, Luca Attanasio
("Avvenire", 21/2/’10)

Quando esplose la prima "auto-bomba" "anti-cristiana" a Baghdad, davanti alla "Chiesa" di "Sant’Elia" (1 Agosto 2004, tre morti), lui era il "Parroco". Ora è il "Rettore" del "Seminario Caldeo", trasferito da Baghdad ad Erbil, "Kurdistan iracheno", per sfuggire a "minacce" e rischi di "attentati". Provato dalla sofferenza per la perdita di "collaboratori" e amici cari, segnato dalla "persecuzione" della sua "Chiesa", Monsignor Bashar Warda, "Redentorista", si apre e manifesta tutto il coraggio e l’ottimismo che una "guida spirituale", come lui, deve avere in Iraq.

Monsignor Warda, ci descrive la situazione dei "cristiani iracheni"?

«A vederla attualmente, la situazione è drammatica: il 50% dei "cristiani" hanno lasciato l’Iraq, 2/3 se ne sono andati da Baghdad. Fino alla "caduta" di Saddam, avevamo 45.000 famiglie nella sola "capitale", circa 300.000 "fedeli"; avevamo 23 "Parrocchie", ora ci sono al massimo 7.000 famiglie e appena 13 "Parrocchie". La gente scappa dal "terrore", ma anche dalla mancanza di lavoro, di sicurezze "sociali", "politiche"».

Molti lasciano il "Paese", ma negli ultimi tempi un sempre maggior numero di "fedeli cristiani" approda qui, nel "Kurdistan iracheno"…

«Sì, qui grazie a Dio si vive in "pace" ed è per noi l’occasione di scappare dalle "persecuzioni", ma restare sempre in Iraq. Per noi, per la "Chiesa universale", per il "Medio Oriente", è fondamentale che i "cristiani" rimangano su questa terra. Se mi consente un’espressione "politica", direi che i "cristiani" qui sono "strategici". È qui che si sono formate le prime "comunità" poco dopo la "Resurrezione" di Gesù e da qui il "cristianesimo" si è irradiato in quella che veniva chiamata "Mesopotamia", in Libano, in Siria. Noi parliamo il "dialetto" più vicino a quello di Gesù, siamo in continuità con la "comunità apostolica". Ma, direi, soprattutto, abbiamo una "missione" da compiere».

La "pace"...

«Certamente. I "cristiani" sono i figli di un processo di "riconciliazione", quello tra Dio e il mondo, e se siamo qui da millenni, il motivo principale è perché a noi è affidato il compito di creare "pace", la "pace" è scritta nel nostro "Dna".
Vede, io considero questo periodo un’occasione "storica" per noi, perché la stragrande maggioranza della "società", lo stesso "Governo centrale", guardano a noi con grandi aspettative, perché siamo noi ad aver sempre offerto "istruzione", "cultura", "ospedali", noi ad avere capacità di "mediazione", di "dialogo" da offrire a tutti. Qui siamo "voluti bene"».

Siete "pronti"?

«Questo è il problema principale. Non dovete pensare che la "persecuzione" sia l’unico nostro problema. È ovviamente il più urgente. Ma io sono convinto che la "Chiesa" debba rialzarsi e comunicare, "evangelizzare", portare "pace", oltre che avere una maggiore "pianificazione pastorale". Ho il timore che a volte si utilizzi la "violenza" che subiamo come una "scusa" per non agire. Quando scoppiò quella terribile "bomba" davanti alla mia "Chiesa", rimanemmo tutti sconvolti e per settimane riflettemmo e meditammo su come reagire. Alla fine, decidemmo di costruire una "scuola" per bambini "cristiani" e "musulmani", dove potessero giocare, imparare, pregare assieme e costruire la società del futuro. L’occasione è ora: tra 5 o 10 anni, sarà troppo tardi».

Le varie "confessioni cristiane", i "fedeli", come vivono?

«Per ciò che riguarda i rapporti tra "cristiani", vedo anche qui un grande rischio. La "caduta" di Saddam ha dato il via a mille "particolarismi": "sciiti", "sunniti", "curdi", "yazidi", "shabaki", eccetera; la mia sensazione è che il "virus" della "frammentazione" stia infettando anche noi. Ma vedo anche una grande voglia di essere insieme, non solo per proteggerci, anche per offrire di più una "testimonianza". E credo che ai nostri "fedeli" dobbiamo comunicare proprio questo. Se sapremo spiegare loro che qui abbiamo una "missione" da compiere, che la nostra presenza ha un senso profondo, avranno un motivo in più per frenare l’"esodo"».