Etty Hillesum:
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in scena la storia di un’anima che cercava l’"infinito"
Commuove il pubblico «Cercando un tetto a Dio»,
"monologo" teatrale di Marina Corradi,
tratto dalle "lettere" che la giovane "ebrea" scrisse fino
alla morte ad "Auschwitz".
Dal nostro inviato a
Rimini, Lucia Bellaspiga
("Avvenire", 28/8/’09)
«Certi giorni mi sento come una "pattumiera": sono così torbida,
piena di vanità...». L’attrice –
rossetto acceso sulle labbra, gambe a cavalcioni sulla sedia –
è tutta "erotismo". Ci sono solo loro due sulla scena: Etty
Hillesum, ragazza "ebrea" di
Amsterdam,
e quella sedia, che è via via amante carnale, tormento interiore, grido verso
il cielo. «A volte vorrei essere nella "cella" di un Convento e col
tempo troverei pace – si macera l’irrequieta
Etty – . Ma è in questo mondo che devo
trovare pace e chiarezza. Cercare. Cercare, in tutto ciò che incontro». L’attrice
Angela Dematté si emoziona ed emoziona, mentre incarna la
"metamorfosi"
della giovane "ebrea" che dal 1941 fino alla morte nel
"lager" di Auschwitz
scrisse un "diario" e numerose "lettere". Una
"croni-storia" dell’anima da cui la giornalista Marina
Corradi ha tratto un commovente "monologo", «Etty Hillesum.
Cercando un tetto a Dio».
Pace e chiarezza cerca dunque Etty, che morde la vita ma non trova sazietà.
«Non so controllarmi – scrive sul
"diario" – , come mia madre a
quella festa di casalinghe, come mangiava! Che io abbia la stessa ingordigia
nella "vita spirituale"?». Ama, Etty, divora, cambia amanti, procede
a tentoni, «come se cercassi qualcosa, ma continuo a non sapere cosa. Posso
sentire che c’è un obiettivo, ma dove e come non lo so». Intanto Amsterdam
si fa inferno intorno a lei e l’uomo precipita nel gorgo della più fosca
"follia". Rastrellamenti di "ebrei", partenze su treni senza
ritorno, vicini di casa portati via. E parallelo, spaventosamente forte, il
"cammino interiore" di Etty, che proprio nelle tenebre trova il filo
di luce da seguire e mette insieme i pezzi delle sue contraddizioni, grazie all’amico
Spier, uno dei suoi insaziati amori, «il cemento che salda i miei frammenti».
È lui che un giorno ha il coraggio di dare un nome a ciò che Etty cerca
affannosamente, anzi, che da tempo ha trovato: «Mi ha detto che la sera prega.
E che cosa dici? Gli ho chiesto io con la mia solita faccia tosta. E lui con
improvvisa timidezza: questo non te lo posso dire... Conosco i suoi gesti intimi
con le donne e ora vorrei ancora conoscere i gesti che ha per Dio».
Avanzano insieme la "metamorfosi" di Etty e l’orrore
"nazista", profondamente legati in un rapporto di
"causa-effetto". La via per la salvezza veste panni "imperscrutabili",
persino quelli del persecutore, perché anche Giuda ha il suo ruolo nella storia
della redenzione: «Spier dice che è giunta l’ora di attuare il
"precetto": amate i vostri nemici. Ed è strano, ma mi accorgo che le
cose difficili, quando le accetti, diventano belle». Anche se richiedono il
"martirio". Ma questo è "cristianesimo"! –
le oppone l’amico Klaas – , «e io,
divertita da tanto smarrimento: certo, "cristianesimo", perché poi
no?». Spinta a terra «da qualcosa di più forte di me», finalmente piega le
ginocchia e a Dio estorce quella pace che cercava. E all’odio dello
"sterminio" risponde con l’amore: «Non voglio stare al sicuro, io
voglio esserci», scrive partendo "volontaria" per il
"campo" di Westerbork, «se Dio non mi aiuterà, allora sarò io ad
aiutare Dio. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi è il piccolo
pezzo di "Te" in ognuno di noi, mio Dio».
A Dio proprio nel "lager" rivolge la sua dichiarazione d’amore
totale: «Ti prometto che cercherò sempre di trovarti un tetto e un
"ricovero"». Lo ha scoperto e ora lo protegge, questo suo nuovo
"amore": «La vita è meravigliosamente buona –
scrive quando la fine è vicina – . Se solo
facciamo in modo che malgrado tutto Dio sia al sicuro nelle nostre mani».