INTERVISTA

Ad un anno dagli "attentati" di matrice "islamica",
che hanno colpito la "capitale" dell’India, parla la "scrittrice" Radikha Jha:
«Il mio "Paese" cresce e guarda avanti, punta su "modernità" e "tecnologia"».

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È in Italia per presentare il suo ultimo "romanzo":
«Ma la nostra forza sta anche nella "tradizione".
E nel "sacro", che permea la vita "quotidiana"».

Violente esplosioni nell'attacco terroristico a Mumbai, presso l''Hotel Taj Mahal...

Giorgio Bernardelli
("Avvenire", 13/11/’09)

«Mumbai è una città che guarda avanti, non ci si ferma molto a pensare sul passato. La città si è ripresa, ha ricominciato a "correre"». Risponde "lapidaria" Radikha Jha, alla domanda sull’"eredità" lasciata dal 26 Novembre 2008, il "giorno nero" dell’India. Quello degli "attacchi" in contemporanea agli alberghi, alla stazione, al "centro ebraico", con un pugno di "guerriglieri" asserragliati al "Taj Mahal Hotel", uno dei simboli della Bombay "coloniale". Furono oltre 170 i morti, il mondo intero finì "sotto shock". Come molti in India, questa scrittrice della giovane generazione sembrerebbe quasi non avere voglia di parlarne. Eppure, probabilmente nessuno come lei conosce da vicino le "ferite" provocate dal "terrorismo" indiano. Perché Radikha Jha – per conto della "Rajiv Gandhi Foundation" – ha lavorato per anni a un "progetto" per l’assistenza ai bambini che hanno perso i propri genitori a causa degli "attentati" che da molti anni ormai insanguinano il "Paese". «Il mio era un lavoro molto "pratico" – racconta – . Mi recavo nelle aree colpite e andavo a cercare questi bambini. Sono stata anche in aree molto "calde", come il Kashmir. Il mio compito era quello di organizzare l’assistenza: distribuire le "sovvenzioni", trovare "in loco" dei "tutor" che seguissero questi bambini, garantire loro almeno il diritto all’"istruzione". Si trattava di ragazzi con "traumi" molto seri, ovviamente».

Perché si parla così poco del "terrorismo" in India? Le "statistiche" dicono che il vostro è uno dei "Paesi" con il numero maggiore di "morti" al mondo. Eppure fa notizia solo per "eventi" come quello di Mumbai…

«Purtroppo per noi stessi il "terrorismo" è qualcosa che è entrato a far parte della nostra vita quotidiana. Cerchi di non pensarci, di andare avanti. Anche se in fondo alla tua testa rimane comunque l’idea che qualcosa di simile a quanto accaduto un anno fa potrebbe succedere ancora».

"Guardare avanti": è l’idea che sta al centro anche del suo ultimo "romanzo", «Il dono della dea» (appena tradotto in italiano da "Neri Pozza", "ndr"), un grande affresco sulla "lotta" tra "tradizione" e "modernità" nell’India "rurale" di oggi. Chi sta vincendo davvero?

«Senza dubbio la "modernità": non c’è alternativa. Anche nei villaggi più sperduti oggi la "tecnologia" rappresenta ormai un’attrattiva. L’avere a disposizione l’elettricità o poter vivere con degli "agi" è una prospettiva che non avrebbe senso rifiutare. E poi anche eventi lontani ormai hanno ripercussioni nella vita dei villaggi. Uno degli episodi chiave del mio "racconto" è ambientato la notte dello sbarco sulla "Luna": è un modo per mostrare come questo mondo "rurale" sia molto meno isolato di quanto si pensi. Non vuol dire, però, che questo processo non porti con sé anche delle "contraddizioni"».

Una delle parole ricorrenti nel libro è "avidità". Ritiene impossibile oggi una "sintesi" positiva tra "tradizione" e "modernità"?

«Mi piacerebbe molto se questa "sintesi" fosse possibile, ma personalmente la vedo come un’"utopia". Nel romanzo il "capo" del villaggio, che prendendosi cura dei poveri era in qualche modo il garante della "tradizione" ma anche della "solidarietà", esce sconfitto. Nel mondo "moderno" il singolo è responsabile del proprio destino. Spetta a lui darsi da fare. La "tradizione" non sparisce, certo, ma in qualche modo diventa solo un elemento dello sfondo. La vera novità dell’India di oggi mi pare sia proprio questa "centralità" dell’individuo».

Nel suo "romanzo", la nuova "Laxmi", la "dea della ricchezza", è la figlia di un contadino suicida per i "debiti", che riesce a ricostruirsi una posizione grazie all’"inseminazione artificiale" di una "vacca" trovata per caso nella foresta. Come vede il futuro dei contadini indiani?

«Non sono pessimista. Anche per loro vedo un futuro positivo: sono intelligenti, hanno capito come sta evolvendo il mondo. Superati i "contraccolpi" di questa fase di passaggio, i contadini avranno ancora un ruolo importante nell’India di domani».

Come ha vissuto l’India la "crisi economica globale"? I "tassi di crescita" sembrano già tornati buoni: il "modello indiano" ha retto alla prova?

«Non ho seguito direttamente la questione della "crisi economica globale", ma mi sembra che l’India sia stata avvantaggiata dal fatto di essere in una situazione un po’ protetta: la nostra "moneta" non è ancora convertibile e quindi le "banche indiane" non sono state coinvolte più di tanto nella "tempesta finanziaria". Il fatto poi che il "Governo" abbia sempre esercitato un controllo molto forte sull’economia in questa fase credo ci abbia evitato alcuni "contraccolpi"».

Nella nuova India di oggi che ruolo gioca la "religiosità"?

«Il punto fondamentale da capire è che la "religione" in India è qualcosa di un po’ diverso rispetto alla vostra esperienza. Voi in "Occidente" siete abituati a guardare alla "religione" come a un mondo a sé stante, per noi invece è parte di tutto ciò che fai, è dentro a ogni gesto "quotidiano". Tutto viene attribuito alla "divinità" a cui ti rivolgi, alla "fede" che pratichi, ed è qualcosa di molto radicato. L’incontro con la "modernità" sta certamente cambiando anche la nostra "religiosità", forse sta diventando un fatto più "individualistico". Però l’"induismo" in fondo ruota attorno a poche "regole": non mi pare che abbia grossi problemi a fare i conti con la "modernità"».