Cerimonia ieri ad Auronzo con il "Capo dello Stato"

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e la cultura di quegli abitanti

Dolomiti in Trentino: le Torri del Vajolet, nel Gruppo del Catinaccio, in Val di Fassa...

Ulderico Bernardi
("Avvenire", 26/8/’09)

Vette care al mondo. Pareti "rosate" che da due secoli almeno attirano scalatori, studiosi della natura, amanti della montagna. Uno scenario unico, dal Trentino al Bellunese, alla Pusteria. Le "Dolomiti" parlano "ladino", veneto, tedesco, culture che hanno condiviso nei millenni un costume di vita sobrio e fiero. Questi monti sono "patrimonio dell’umanità", ma anche monumento roccioso a tante vite coraggiose, di gente che ha conosciuto la fatica, la povertà, l’isolamento. Alla bellezza dei luoghi non corrisponde sempre l’agiatezza del vivere. C’è voluta la più grande industria del mondo contemporaneo, il turismo diffuso, perché anche i villaggi montanari proponessero lavoro con abbondanza. Anche se restano molte difficoltà nel vivere sulle "terre alte" che, a differenza della pianura, hanno da sempre praticato l’"emigrazione" temporanea. Pascoli e boschi non hanno mai fornito risorse sufficienti. Partivano i padri, ma anche i bimbi di dieci anni. Dopo le ultime falciature lasciavano i paesi per le Germanie, soprattutto. "Fornaciai", venditori di castagne cotte e di gelati, impagliatori di sedie, mestieri "girovaghi". Ancora nel Settembre del 1890, un servizio del "Corriere della Sera" denunciava i pericoli a cui andavano incontro i bambini assoldati nel Bellunese e sparsi per le città tedesche, mentre a notte fonda giravano per birrerie e "bettole" a vendere noci e noccioline. E "balie" per le famiglie ricche di città, donne che affidavano le loro creature a qualche parente, per nutrire i figli degli altri. Economie di villaggio nel segno della proprietà collettiva, le "Regole". Alle ristrettezze si faceva fronte con un forte spirito comunitario, pronto a manifestarsi nelle "calamità naturali" e nel fronteggiare l’"invasore". Il Cadore di Pier Fortunato Calvi, fedele a Venezia, il Tirolo di Andreas Hofer contro le truppe di Napoleone. A Cortina d’Ampezzo c’è il piccolo Santuario Mariano della "Madonna della Difesa", impreziosito da un affresco del Tiepolo. Vi si venera un’immagine della Vergine che reca in braccio il Bambino Gesù, mentre con la destra impugna una spada. Ricorda uno scontro del XV Secolo, quando gli "Ampezzani" respinsero gli "imperiali", grazie al suo soccorso. Proprio alla città regina delle "Dolomiti" si richiama idealmente un’altra cittadina sulle "Ande" argentine, Bariloche, fondata da "emigranti" bellunesi, ora meta turistica internazionale. Lo spirito di iniziativa non è mai mancato quassù. Ne sa qualcosa il sistema della moda, che apprezza gli occhiali prodotti in Cadore. Dal secondo "dopo-guerra" le cose sono cambiate. Mentre scompariva o quasi l’agricoltura di montagna, i soggiorni estivi e invernali sono divenuti più frequenti per tutti. Gli impianti per lo sci, la "motorizzazione" generale, hanno trasformato la parca vita dei montanari. Pochi ricordano come cenavano i vecchi, anche nei paesi delle "Dolomiti", con qualche patata bollita e il mucchietto di sale grosso sulla tavola, dove intingerle. Il benessere c’è. Eppure un po’ di "emigrazione" continua, anche se nella forma agiata e prestigiosa dei titolari di gelaterie in giro per l’Europa, che ora possiedono le loro belle case nuove nello Zoldano. La montagna impone comunque e sempre i suoi costi umani. Le giovani vite stroncate dei generosi soccorritori del "Suem" ce lo ricordano. Con la memoria sempre viva delle duemila vittime del Vajont.
L’
"Unesco" premia la natura, ma onora qui al tempo stesso le culture che hanno saputo vincerla.