RIFLESSIONE

È motivato il "rancore" del fratello «virtuoso»,
per le "feste" del padre dopo il ritorno di quello "smarrito"? Una "rilettura" "controluce".

RITAGLI     Ma l’altro "figliol" fu «prodigo»?     DOCUMENTI

Questo figlio in realtà non era mai stato nella "casa" del genitore,
perché non vedeva il suo "cuore":
proprio come quello che se n’era andato, non ne conosceva l’"amore".

"Il ritorno del figliol prodigo": dipinto di Rembrandt...

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 11/3/’10)

Il padre accoglie la "confessione" sincera del figlio "minore" tornato a casa, una "confessione" solo ora divenuta sincera, non più interessata: «Ho peccato contro il cielo e contro di te, non sono degno di essere chiamato figlio». Quella "fuga", quella lontananza è stata "rottura", rifiuto di un rapporto di vita con la "paternità", una "rottura" di quel legame che nasce dell’accoglienza del dono della vita. Ma il padre non fa "rimproveri", non recrimina sul "passato", non pone al figlio alcuna condizione, non gli lascia pronunciare le parole che il figlio aveva preparato: «Trattami come uno dei tuoi "salariati"!». Queste parole di "scambio" non sono dette, non sono poste davanti al "Padre". «Fammi ritornare ed io ritornerò!», cioè: «Convertimi ed io mi convertirò!». Queste parole del "Profeta" Geremia sono ormai comprese nella verità assoluta dal figlio. Il padre con il suo amore "preveniente" ha attirato a sé il figlio, il cui ritorno era andare verso chi lo attirava e lo chiamava, proprio come Dio aveva fatto con l’uomo Adamo dopo il "peccato": «Dove sei? Adamo, dove sei? Figlio dove sei?».
Inizia allora la "festa": un "peccatore" è ritornato, un "morto" è "risuscitato".
La "casa" è sempre rimasta aperta, il figlio deve lasciarsi amare dal padre. Sì, è più importante capire che Dio ci ama che capire che noi dobbiamo amare Dio. Nella sua "predicazione" e nel suo agire, Gesù ha detto molto di più su Dio che ci ama che non sul nostro dovere di amare Dio. È significativo: può amare Dio colui che ha conosciuto che da Dio è stato amato prima e di amore "preveniente". Capiamo le parole di Giovanni: «Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» ("1 Gv 4,18"), eco di quelle di Gesù ai "discepoli": «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi!» ("Gv 15,16"). Ecco allora la "casa paterna" diventare luogo del "perdono" e della "festa": il vestito più bello è messo al figlio, l’anello è messo al suo dito, gli sono portate le "calzature" perché non sia più a piedi nudi come gli "schiavi". Viene ucciso il vitello migliore e si fa "festa". Il padre dice: «Presto!»; è urgente la "festa", la gioia, perché il "peccato" è cancellato, il padre non lo ricorda più e dunque tutto dev’essere riportato all’integrità. E i servi si affrettano a preparare la celebrazione della "festa" per tutta la famiglia.
La "parabola"poteva finire qui, sarebbe finita come gli altri due "racconti" analoghi della "pecora" e della "dracma" smarrite, ma qui l’"Evangelista" apre un altro quadro. Appare il figlio "maggiore", colui che era restato sempre a "casa" e aveva servito il padre per tanti anni. Di fronte al tornare in vita del fratello prova una reazione di "gelosia": in nome della "giustizia" non può tollerare che quel suo fratello sia causa di "festa". Com’è possibile? Se n’è andato, pretendendo l’"eredità" che poi ha "dilapidato", non ha fatto mai avere sue notizie, mentre lui è restato a casa, ha obbedito al padre, ha lavorato, ha tirato avanti per anni con fatica. E ora si fa "festa" per uno che non lo riconosceva neppure come fratello e che, andandosene, aveva di fatto negato i "legami famigliari"?
No, questa "festa" non gli appartiene. Lì non vuole saperne di entrare. Ed ecco di nuovo il padre che esce – non lo fa chiamare, ma esce incontro a lui – , esce un’altra volta di "casa" per incontrare un figlio e lo prega insistentemente. Ma il figlio restato a casa "recrimina". Vanta una "fedeltà" – «da tanti anni ti servo» – , mette davanti al padre la sua "giustizia": «Non ho mai trasgredito un tuo "comando"». Ha vissuto fino allora come un "mercenario" puntuale, si è impegnato verso il padre come un "salariato", ed è il padre che manca verso di lui: non gli ha mai dato un capretto per lui e i suoi amici e ora dà il vitello grasso per il fratello "indegno" di quel nome! C’è "risentimento", c’è "protesta", c’è un’"accusa" precisa verso il padre in questo rifiuto.
La spiegazione di questo atteggiamento è sulla bocca di Gesù nel "Vangelo" di Giovanni: «Chi è "schiavo" non resta sempre nella "casa" ("paterna"), solo chi è figlio vi rimane sempre!» ("Gv 8,35"); cioè chi si sente "schiavo" sta a "casa" come un "mercenario", non come un figlio, sta a "casa" ma si sente in "prigione", fa le cose perché si sente costretto, senza la "libertà" propria di chi è figlio, senza amore.
Sì, questo figlio in realtà non era mai stato nella "casa" del padre: il suo dimorare accanto al padre non lo aveva portato a conoscerne il "cuore". Era stato "schiavo" in una "prigione". Il suo comportamento non è fondamentalmente diverso da quello di chi se ne era andato! Tutti e due i figli non vivevano nella relazione "paterna", non conoscevano l’amore del padre. E il padre allora dice: «Figlio, figlio amato, quello che è mio è tuo!». "Téknon", "mio caro figlio", mio "caro ragazzo", «ciò che è mio, è tuo»: tra noi c’è "comunione", tu sei sempre con me, tra noi c’è "vita comune", "compagnia". Avrebbe potuto dirgli: «Tu dici di non aver mai trasgredito uno dei miei "comandi", ma ora che ti invitano a entrare tu ti fai "disobbediente"!». E invece, anche questa volta, non rimprovera ma prega, chiede soprattutto di accogliere la "resurrezione" di suo fratello. «Tuo fratello è "risorto"! Occorre far "festa"!». Qui termina il "racconto" di Gesù, ma sulla conclusione della vicenda restano aperti "interrogativi" fondamentali per noi che leggiamo la "parabola". È entrato il fratello a fare "festa"? E il padre, è entrato lasciando il figlio "maggiore" fuori, oppure è ancora là che lo prega affinché la "festa" sia completa? Questa "parabola" ci aiuta davvero a chiederci: tu che chiami Dio "Padre", quale immagine di Dio hai? L’immagine di un padre "padrone"? Di un padre "giusto", dotato di "giustizia retributiva"? O di un padre che ama senza porre "condizioni"? Un padre che perdona sempre? Gesù così ci interpella! A ciascuno di noi la "risposta" nel nostro "cuore": una "risposta" che possiamo dare solo nel "pentimento", tornando a Dio, nel segreto del "cuore". In attesa di vedere Dio "faccia a faccia", come esclamava Sant’Ignazio di Antiochia avvicinandosi al "Martirio": «Una voce mi dice come acqua zampillante: "Vieni al Padre!"».