"BEATITUDINI": "VIE DELLA FELICITÀ"

RITAGLI     Ma i "cristiani" sono gente «felice»?     DOCUMENTI

«I "credenti" devono mostrare, con la vita, vie di "umanizzazione" per tutti gli uomini.
Invece, sembriamo quelli che, proprio a causa della "fede",
portano "fardelli" che li "schiacciano",
e vivono "sottomessi" ad un "giogo" pesante ed "oppressivo"».
La "diagnosi" di Enzo Bianchi, tratta da un "paragrafo" del suo ultimo "libro".

La Chiesa del Monte delle Beatitudini, in Galilea...

ENZO BIANCHI
("Avvenire", 5/5/’10)

Che senso ha oggi leggere le "Beatitudini"? Perché meditare su queste "paradossali" parole di Gesù?
Innanzitutto, credo, per una ragione "umanissima". Nel contesto "socio-culturale" in cui viviamo, noi "cristiani" siamo chiamati, oggi più che mai, a mostrare con la nostra vita cammini di "umanizzazione" e di salvezza percorribili da tutti gli uomini. Ora, la maniera più efficace per scoprire questi cammini consiste nel praticare la ricerca del "senso", esercizio che ai nostri giorni pare sempre più raro: è diventato difficile, soprattutto per le nuove generazioni, dare "senso" alla vita e alle realtà che la costituiscono, tanto che da più parti si levano voci che denunciano la «crisi del senso». In questa situazione noi "cristiani" dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risolutamente, che la "vita cristiana" non solo è "buona", segnata cioè dai tratti della bontà e dell’amore, ma è anche "bella" e "beata", è via di "bellezza" e di "beatitudine", di "felicità". Chiediamocelo con onestà: il "cristianesimo" testimonia oggi la possibilità di una vita "felice"? Noi "cristiani" ci comportiamo come persone "felici" oppure sembriamo quelli che, proprio a causa della "fede", portano "fardelli" che li schiacciano e vivono "sottomessi" a un "giogo" pesante e oppressivo, non a quello dolce e leggero di Gesù Cristo (cfr. "Mt 11,30")? In realtà mi pare che spesso ci meritiamo ancora il rimprovero rivolto ai "cristiani" da
Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa: «[I "cristiani"] dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro "redentore": più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi "discepoli"!». Certamente la "via cristiana" è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di «entrare attraverso la porta stretta» ("Lc 13,24"; cfr. "Mt 7,13") ed essere conformi alla "chiamata" ricevuta. Non serve ricordare le tante "esortazioni" pronunciate da Gesù in questo senso, condensate nel suo "monito": «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» ("Mc 8,34" e "paralleli"). D’altra parte, secondo l’insegnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua "sequela" non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di "beatitudine", è fonte di felicità. È proprio qui che si situa l’annuncio delle "Beatitudini", che potremmo definire il cuore dell’"etica cristiana": un’"etica" – va detto con chiarezza – che non è tanto una "legge" o, peggio, una "morale" da schiavi, quanto uno "spirito" e uno stile, quello annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore, quello in cui Gesù ha trovato la "felicità". Sì, le "Beatitudini" sono una "chiamata" alla "felicità".
Sappiamo bene che, solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena "perdere" la vita, cioè "morire", essi trovano anche una ragione per "spendere" quotidianamente la vita e, di conseguenza, sono "felici". Ebbene, le "Beatitudini" aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un "senso" alla vita, anzi conducono al «senso del senso»: Gesù proclama "beati" uomini e donne i quali vivono alcune precise situazioni in grado di rendere pieno di "senso" il loro cammino "umano" sulla terra e, per quanti hanno il dono della "fede", in grado di facilitare il loro cammino verso la "comunione" con Dio.
Ma il primo e più elementare "senso" delle "Beatitudini" – lo ribadisco – è la "felicità", la gioia di scoprire che grazie all’assunzione consapevole di un atteggiamento, di un comportamento, si può vivere un’esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria "opera d’arte": la "povertà in spirito", il pianto, la "mitezza", la fame e la sete di "giustizia", la "misericordia", la purezza di cuore, l’azione di pace, la "persecuzione" subìta a causa della "giustizia", sono situazioni capaci di produrre "beatitudine" già qui, in questa vita, e poi nel «mondo che verrà», quello in cui Dio regna definitivamente. Insomma, per rendere realtà la "buona notizia" del "Vangelo", occorre vivere le "Beatitudini". A tale riguardo, lungo i secoli c’è sempre stato chi si è interrogato sull’attuabilità delle "Beatitudini", sull’effettiva possibilità che queste fossero qualcosa di più di semplici parole "utopiche", prive cioè di un «luogo», di una realizzazione "storica", a livello "personale" o "comunitario". Vi è chi ha affermato che le "Beatitudini" valevano solo per i contemporanei di Gesù e per la prima generazione "cristiana", ossia per coloro che hanno vissuto in modo irripetibile l’urgenza "escatologica"; vi è chi, in seguito alla svolta "costantiniana" e poi con particolare insistenza nel "secondo millennio", ha letto le "Beatitudini" come «consigli» riservati solo ai "Monaci" e ai "Religiosi", coloro che «abbandonano il mondo»; e potremmo continuare nell’elenco di queste interpretazioni "riduttive". Oggi, come in ogni generazione, siamo chiamati a lasciar risuonare la nuda "domanda": è possibile vivere le "Beatitudini" qui e ora? A mio avviso tale "interrogativo" ha sempre ricevuto e può ancora ricevere una "risposta" positiva, non però in modo "trionfale" o "sovra-esposto", non attraverso forme "eclatanti" che si impongano agli occhi degli altri uomini, bensì nelle vite "quotidiane", sovente "nascoste", di tanti uomini e donne: persone che, nonostante le loro "contraddizioni" e il loro "peccato", hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso» delle "Beatitudini".
Sì, è sempre stato e sempre sarà possibile vivere le "Beatitudini".