La "sfida educativa" lanciata dalla "Chiesa"
Per generare un nuovo "stile di vita"
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PAOLA
BIGNARDI
("Avvenire", 18/9/’09)
L’"educazione" è uno dei debiti fondamentali che una società ha
nei confronti delle nuove generazioni: un "debito di speranza"! Eppure
oggi il termine "educare" è associato quasi sempre a parole che
sembrano la negazione della speranza: "crisi", emergenza, fallimento,
"dimissione".
Si sente affermare con rammarico che i giovani e i ragazzi «non sono più
quelli di una volta...». Certo i giovani e i ragazzi di oggi sono figli del
loro tempo, e hanno caratteristiche, sensibilità e comportamenti che riflettono
la società e la cultura in cui crescono e vivono. Ma non sono loro ad aver dato
forma a questa società, con la quale caso mai hanno imparato a interagire. Per
capire l’attuale "crisi dell’educazione" occorre guardare alla
generazione adulta, spesso specchiata nelle immaturità e nelle inquietudini dei
più giovani.
Le attuali difficoltà in cui versa la pratica educativa dicono come sia in
"crisi" nella generazione adulta un "progetto di vita" che
mostri il senso secondo cui essa vive e al tempo stesso comunichi – anche
implicitamente – se vi sono ragioni di vita convincenti. Gli adulti
"educatori" – genitori, insegnanti, Preti, "catechisti"...
– sembrano oggi non essere in grado di mostrare il valore e la bellezza dell’esistenza,
in tutti i suoi aspetti; di proporre le ragioni per cui vale la pena avere
fiducia in essa; di far intravedere la "sapienza" che si trasforma in
"stili di vita" coerenti.
D’altra parte non si può non considerare la condizione di fatica degli
adulti. L’attuale organizzazione della società, del lavoro, della famiglia,
della scuola è così complessa da far sentire stanchi: stanchi di una vita di
corsa, del "vuoto" che si sente dentro e che fa sentire
"aridi". A volte si rinuncia a educare per mancanza di energia nel
reggere l’impegno che questo – essere disponibili, dimenticare
preoccupazioni e stanchezze, essere accoglienti, saper dialogare, motivare,
discutere... – comporta. Ma si rinuncia alla fatica di educare anche perché
si sono escluse dalla vita alcune dimensioni inalienabili: il limite, il
sacrificio, la rinuncia, parole bandite dal vocabolario di una generazione
addomesticata dal "consumismo" e dalle sue illusioni. Segnali che
rivelano come sia in "crisi", ancor prima dell’educazione, la dimensione
"generativa" della vita adulta, sempre più in difficoltà a
esprimersi nel dono di sé: è uno degli spunti più interessanti di analisi che
emergono dal "Rapporto-Proposta"
del "Progetto Culturale Cei"
dedicato alla "sfida educativa", appena pubblicato.
Tuttavia questa "crisi" può essere un’opportunità: essa ci sta costringendo a
riconsiderare il valore e la responsabilità dell’educazione come
imprescindibile azione umana e ci sta aiutando a riscoprirne il senso. Per
mettere a frutto questa situazione di passaggio, mi pare che servano soprattutto
tre "orientamenti": il rifiuto del "catastrofismo" che
lascia inerti, per assumere un atteggiamento di responsabilità; una nuova
disponibilità a pensare l’educazione, per "reinterpretarla" nei
caratteri nuovi che essa deve assumere nell’attuale contesto; l’impegno a
costruire "alleanze" per affrontare un compito cui nessuno può
ritenere oggi di far fronte da solo: la scuola con la famiglia, la
"comunità cristiana" anch’essa con la famiglia, le realtà del
territorio con la scuola...
Si comincerà a uscire dalla "crisi" attuale quando gli adulti
ritroveranno parole per narrare la bellezza di educare e non solo le sue
fatiche; quando di essa si riscoprirà la "passione"; quando
soprattutto nella "comunità cristiana" si avrà il coraggio di
tornare a parlare di "vocazioni educative". Allora significherà che
avremo accettato di lasciarci mettere in gioco dalle nuove generazioni, anche
per pensare e generare insieme con loro un nuovo "stile di vita".