"Sguardo" sull’Italia e sul "mondo"

RITAGLI     "Appello" a sentirsi parte di un «noi»     DOCUMENTI

Francesco Botturi
("Avvenire", 10/11/’09)

La "Prolusione" del Cardinale Bagnasco alla "60ª Assemblea della Cei" aperta ieri ad Assisi ci offre un confortante e attraente esercizio del giudizio di fede sulla "coscienza ecclesiale", sul suo compito "storico", e sulla vita "civile" del nostro Paese. Una "Chiesa" sempre più consapevole dei suoi propri scopi è con ciò stesso aiuto, offerto alla Nazione in cui vive, a cogliere ciò di cui ha bisogno per essere se stessa. Così facendo, «la nostra Chiesa non presume di sé, punta solo a essere fedele» e perciò a «risultare – come il "Vangelo" esige – "lievito" e "luce" per la società». La Chiesa non presume, perché non ha come scopo se stessa, ma la comunicazione con parole e fatti dell’evento di salvezza per gli uomini: quanto più è fedele al suo "mandato", tanto più aiuta gli uomini a comprendere se stessi, la loro umanità, le condizioni stesse della loro "socialità". Un termine ricorrente della "Prolusione" è «gente». A proposito del recente "Sinodo" sull’Africa, il Presidente della "Cei" afferma che «il dinamismo "ad gentes" resterà un dato qualificante l’intera nostra "pastorale", una visione di Chiesa che si traguarda sempre con gli altri, e mai senza di loro»; così come «dal punto di vista "etico-culturale" desideriamo che i nostri "cristiani" si sentano cittadini del mondo, "corresponsabili" della sorte degli altri». L’"Anno Sacerdotale" in corso ricorda, a sua volta, che «i nostri "Sacerdoti" sono mandati a tutti, destinati a tutti [...]», perché «essere "Prete" è la "vocazione" di chi sta accanto alla propria gente come testimone di "misericordia"». La Chiesa, dunque, sta presso la gente, proponendole una misura larga e profonda della vita, con cui essa possa «imparare a godere realmente» della vita stessa e a proteggersi da immagini di una «cultura irreale» e "alienante". All’occasione della nuova edizione italiana del "Rito delle Esequie", la "Prolusione" s’intrattiene sull’impoverimento dell’idea della "morte", la sua riduzione "privatistica", la sua sparizione "sociale", in nome di un’immagine della vita «falsa» e «irreale», che chiude la "cultura sociale" ai grandi interrogativi e a ogni prospettiva di senso. La "comunità cristiana" non può avvallare una tale "cultura", perché «la luce della fede – dice Bagnasco riferendosi al primo "Discorso" di Benedetto XVI all’"Episcopato Italiano" – ci fa comprendere in profondità un modello di uomo non astratto o "utopico", ma concreto e "storico", che di per sé la stessa ragione umana può conoscere» e che la Chiesa lo ricorda non «per l’interesse "cattolico"», ma per amore all’uomo "creatura" di Dio.
È con questo criterio che la Chiesa interviene nelle grandi questioni "etiche" oppure si preoccupa di posizioni assunte da certa "burocrazia" europea – come nella recente "sentenza" sul
"Crocifisso" – , che non badando al valore e allo spessore di tradizioni "religiose" e "culturali", finisce in realtà per allontanare «sempre più dalla gente» l’Europa. Ancora, e con particolare attenzione, il Presidente dei "Vescovi Italiani" si occupa del diritto della «gente con i suoi problemi [...] di cogliersi al primo posto» rispetto a un "dibattito" nazionale in cui sembra prevalere invece una "pregiudiziale" contrapposizione e una "conflittualità" sistematica, che rispondono ad altre preoccupazioni e ad altri interessi. Con vigore e lucidità viene ricordato l’indispensabile patrimonio di «valori "morali" autentici e solidi [...] che formano l’anima di un popolo, la sua identità profonda», «quel senso di appartenenza che agisce sull’intelligenza e sul cuore, creando "cultura" e "storia". E consentendo a ciascuno di sentirsi parte di un "noi"». Una Chiesa, dunque, che proprio svolgendo la sua peculiare "missione" – e non fingendosi una «religione civile» – è amica della gente, contribuendo alla sostanza che la rende un «popolo», non un povero «incrocio di "destini" individuali».