La "Giornata Mondiale del Rifiuto della Miseria"

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Claudio Calvaruso
("Avvenire", 17/10/’09)

È una tempesta di dati sulla "povertà" quella che si sta abbattendo su di noi in questo periodo. Una tempesta che al tempo stesso ci agghiaccia e ci rende impotenti, riproponendoci interrogativi inquietanti: «Cosa possiamo fare, cosa dobbiamo fare?». "Banca Mondiale" prevede nel prossimo anno 90 milioni di "disoccupati" in più nel mondo, per l'"Unicef" più di un miliardo di bambini vivono in territori di guerra. E proprio ieri la "Fao" ha rilanciato l'allarme per un miliardo di persone che soffrono la "fame".
Venendo alle nostre "latitudini", secondo l'
"Istat" in Italia vivono 3 milioni di famiglie povere, mentre la "Fondazione per la Sussidiarietà" ha monitorato 1 milione e mezzo di famiglie con un "reddito" mensile inferiore a 220 euro. È un "bombardamento" di dati e valutazioni che registrano una drammatica impennata del fenomeno della "povertà". Una fotografia inesorabile che ci auguriamo possa risvegliare le nostre coscienze ed animare di una nuova e più determinata volontà politica le nostre "istituzioni". In questo contesto si celebra oggi la "Giornata Mondiale del Rifiuto della Miseria", a 22 anni da quando per la prima volta Padre Joseph Wresinski, fondatore del "Movimento Internazionale ATD-Quarto Mondo", depose sul "Sagrato dei Diritti Umani" del "Trocadero" a Parigi una "lapide" in memoria delle vittime della "miseria" con incise nel marmo queste parole: «Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella "miseria", i "diritti dell'uomo" sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro». Certamente l'attuale "crisi economica" è la causa principale di questo ritorno del fenomeno della povertà nel "dibattito" politico, economico e sociale. È bene però riflettere anche su alcune derive della "crisi", su come noi tutti concepiamo la "povertà" e quindi su come possiamo atteggiarci per combatterla. Dobbiamo constatare, ad esempio, che il concetto di «esclusione sociale», che già 20 anni fa aveva soppiantato il termine "povertà", oggi è quasi del tutto scomparso dal nostro orizzonte "strategico". Esso aveva in sé un approccio "operativo" e direi quasi "diagnostico" non trascurabile, in quanto chiamava in causa direttamente le "istituzioni" e la "società civile" quali principali responsabili della persistenza nel nostro sistema sociale di "sacche" importanti di "marginalità" e "povertà assoluta".
Il concetto di "povertà", per contro, tende invece a rendere quasi impercettibile la responsabilità dell'insieme della società, confinando la condizione dei poveri in un ambito di "fatalismo" e di necessità, una sorta di tributo che la civiltà "deve" al suo progresso senza che ci si ponga responsabilmente il problema di contrastarla. In effetti l'irrimediabilità quasi "fatalistica" della "crisi economica" comporta un brusco rallentamento delle nostre responsabilità, riducendoci più facilmente all'impotenza ed aumentando le distanze tra quello che succede e quello che possiamo fare.
Quasi 20 anni fa, con l'aiuto delle riflessioni e delle azioni di Padre Joseph Wresinski, avevamo riscoperto il valore della "relazionalità" e della "prossimità" ed avevamo maturato un approccio alla condizione dei più poveri radicato sulla "comunicazione" e l'"affettività". Wresinski ci ha insegnato una strategia di contrasto della "povertà" fondata sulla "solidarietà" e la "condivisione", con una forte accentuazione della "salvaguardia" della dignità di ogni persona e privilegiando l'ascolto e l'affetto verso i più poveri. La sua è stata la «via del cuore», la via – inclusiva – dell'appartenenza alla "comunità".
«La pace, la giustizia e dunque il rifiuto della "miseria" – ripeteva – sono, prima ancora che un problema di leggi o di cultura, un problema di cuore, un problema di "spiritualità" vivificante che deve ispirare le nostre leggi e la nostra cultura».
Vi è quindi una profonda coscienza della dignità dei poveri e del loro apporto insostituibile alla nostra società. Il suo dolore più grande consisteva nel non vedere riconosciuta questa dignità e forse la ragione più profonda della celebrazione di questa "Giornata" risiede proprio nel "restituire" alle vittime della "miseria" memoria e senso del loro passaggio nella nostra storia. Ecco perché è importante recuperare le nostre responsabilità in termini di mancata "condivisione", scarsa "comunicazione" e testimonianza di affetto e "prossimità" nei loro confronti. Cerchiamo di capire cosa ci impedisce, insieme alle nostre "istituzioni", di aiutarli e considerarli a pieno titolo membri della "comunità civile". E forse allora riusciremo ad aiutarli di più a combattere e ad affrontare prove di "sopravvivenza" inenarrabili. Oggi alle 16 ci raduneremo sul "Sagrato" di "San Giovanni in Laterano" a Roma, intorno ad una copia della "Lapide" posta da Wresinski al "Trocadero" nel 1987, e attraverso le nostre "testimonianze" ripenseremo alle nostre responsabilità nel contrasto della "povertà".