Dopo le "parole" del Papa ai "ragazzi" di "Azione Cattolica"

RITAGLI   Il vero "amore", "felicità" ma anche "sacrificio"   DOCUMENTI

Papa Benedetto XVI dona ai giovani la luce e la speranza dell'Amore di Dio...

Ferdinando Camon
("Avvenire", 3/11/’10)

L’amore «non è merce di scambio», ha detto Benedetto XVI agli oltre centomila "Giovani" e "Giovanissimi" convenuti Sabato scorso in Piazza San Pietro per ascoltarlo. Cioè non è un bene di consumo, non consiste nel voler ricevere, consiste soprattutto nel dare, e può diventare sacrificio. Pronunciata dal Papa, la parola «merce» è sovraccarica di significati. Tirarli fuori può far capire molti aspetti del nostro tempo.
Anzitutto, oggi per molti
l’amore è denaro. Si compra. Ti serve, e tu puoi servirtene. Se non ti serve, e non puoi servirtene, ti conviene lasciarlo. Se ami, paghi. Se non paghi, non ami. Amare vuol dire spendere. Se non sei in grado di spendere, non puoi permetterti di amare. Nemmeno te stesso: quando ti festeggi, a Natale, a fine anno, nel Compleanno, se non spendi non dici niente a te stesso.
Spendere è comunicare. Spendere è l’unico modo per avere relazioni con gli altri e con il mondo. È l’"amore-merce", l’"amore-interesse".
Quando sentono la parola «amore», i giovani pensano al sentimento che nasce nella loro età, e che li lega ragazzo con ragazza. Anche in questo senso l’amore è legato al ricevere, al comprare, al venir gratificati. I figli crescono fin da piccoli con questa idea dell’amore che è solo felicità, perché se è sacrificio non è amore.
Di recente ho assistito in treno a una "scenetta" che adesso racconterò, e l’ho trovata così memorabile che prima o poi finirò per metterla in qualche libro. Nello scomparto c’è una bambina di "sette-otto anni", davanti a lei una signora le rivolge un sacco di complimenti (come sei carina, come sei vestita bene, come parli bene...), e le chiede: «Hai un fidanzato?», e quella: «Sì!». «Ti vuole bene?», «Sì, però... però adesso lo cambio!», «E perché?», «Perché lui... non mi fa mai regali!», «E che regalo vuoi?», «Un monopattino!». Se la piccola dice che il compagno di classe non le regala un monopattino, vuol dire che lei gliel’ha chiesto. La bambina ha già imparato che nei fidanzamenti, anche quelli per gioco, si chiede e, se funzionano, si riceve. L’altro, l’amichetto, a sua volta ha imparato che il fidanzamento, anche quello per gioco, è una relazione in cui qualcuno pretende e qualcuno paga.
Man mano che cresceranno negli anni, quando il fidanzamento per gioco diventerà un fidanzamento reale, e la relazione tra "amichetti-bambini" diventerà una storia fra ragazzo e ragazza, questa idea, lungi dall’essere smentita, sarà – temo – confermata. I modelli maschili e femminili dei nostri adolescenti sono figure sociali che hanno denaro: calciatori, "veline", personaggi della "Tv", dello spettacolo, del cinema… La riuscita nella vita finisce per essere esemplificata e sentita come "poter comprare quel che si desidera". Se c’è una frattura tra quel che si desidera e quel che si può avere, la vita è un fallimento. Fin dalla Scuola Media Superiore i ragazzi puntano verso Diplomi o Lauree che daranno loro soddisfazione economica, non soddisfazione morale.
Quando, in giro per il mondo, gli inviati dei Giornali e dei "Tg" incontrano un Ospedale di una delle molte e straordinarie "Organizzazioni Non Governative" schierate accanto ai "poveracci", chiedono al Chirurgo: «Lei è bravo, opera bene, perché lavora qui, dove non guadagna niente e rischia la pelle, invece di lavorare in Europa o in America, dove la coprirebbero d’oro?». La risposta («Perché qui mi sento più utile!») è perfettamente in linea col
"Messaggio" del Papa («L’amore costa anche sacrificio!»), è assurda se misurata col metro della nostra società. I giovani devono capire che con quel "Messaggio" il Papa indica a tutti un pericolo che è già davanti a loro. Forse il più grave!