Quella ritornante e "malinconica" concezione
del "destino umano"

RITAGLI     Senza "speranza"     DOCUMENTI
c’è solo la nostalgia dell’"irraggiungibile"

Carlo Cardia
("Avvenire", 4/11/’09)

Dopo settimane e mesi di letture di "quotidiani" tutti "gridati" e piegati su "scandali" veri e non veri, sulle infinite debolezze della natura umana, c’è quasi da salutare con gioia una "riflessione" sul destino dell’uomo, sulla sua "fede" in una promessa di "eternità" che ci realizza e ci completa. È una occasione preziosa anche se prende avvio dalle considerazioni di Eugenio Scalfari che nega questa "fede", la sostituisce con un orizzonte "umanistico", venato di "stoicismo", vede ogni cosa conosciuta destinata alla "finitezza", deperimento "materiale" e "pulviscolare". Pur nella sua dignità, siamo di fronte alla "riedizione" di una concezione "malinconica" che prevale a tratti nella storia del pensiero, convince l’uomo a considerarsi "atomo tra gli atomi", parte "caduca" di un flusso continuo, nel migliore dei casi "prometeo" destinato alla sconfitta. Nelle religioni "naturali" questa percezione si accompagnava alla generica intuizione di una realtà più vasta, ma le "filosofie post-cristiane" tornano spesso a negare la "speranza", affrontano il "nulla" con la nostalgia di qualcosa che non riescono a raggiungere.
L’"ebraismo" e il "cristianesimo" squarciano il velo di rassegnazione che avvolge l’uomo e gli propongono una "fede" più "alta", nella quale l’"utopia" si fa storia, Dio si presenta con il volto di chi aiuta la sua "creatura", non le nasconde le difficoltà da affrontare, ma esalta le sue capacità fino a fargli promessa dell’"immortalità".
L’uomo, chiuso nelle tenebre degli inizi, intravede la luce poco per volta, apprende gradualmente le "verità essenziali", si apre ad una "speranza" che potenzia il suo essere. Questa "fede" ha una "dimensione individuale", perché Gesù nel "Vangelo" annuncia che il "Regno di Dio" è dentro ciascuno di noi, risponde ai nostri bisogni più profondi, parla attraverso la coscienza, è più forte di ogni traguardo "intellettivo". Questa "dimensione individuale" si esprime come desiderio, aspirazione, per sé e per gli altri.
Ogni genitore ravviva la propria "speranza" non appena nasce un figlio che si presenta con la tutta la sua bellezza e "fragilità", altrettanto accade ad ogni figlio quando i genitori esauriscono l’esperienza "terrena". Passano i secoli, l’aspirazione diviene "vocazione" all’"immortalità", cresce invece di diminuire, si acuisce quanto più l’uomo comprende la propria "unicità", sceglie di aspirare a ciò che sembra impossibile, intuisce di non poter vivere senza questa aspirazione.
Ma la "fede cristiana" non si sottrae al confronto della storia, anzi è talmente incarnata nella storia che vuole cambiarla introducendo il "comandamento dell’amore" per tutti gli uomini, tratteggia i "principi morali" che sostengono la società, fanno conseguire traguardi sempre più ambiziosi. La "fede cristiana" è la "fede" dell’"homo faber", spinge ad approfondire una interiorità che cancella la "malinconia" della "preistoria", a portare in ogni angolo della terra un messaggio di "speranza" e di azione per elevare le condizioni materiali e morali, di ciascuno di noi. La "fede" ha costituito sino ad oggi la base di una "civilizzazione" indissociabile dai principi essenziali delle "Scritture" che costituiscono i semi di una società giusta, chiamata a traguardi intellettuali, "spirituali", sempre più audaci. Lo dice Gesù, lo ribadisce
Paolo quando ricorda che "la fede opera per mezzo della carità", lo conferma Giacomo per il quale "la fede senza le opere è morta". Di lì parte la spinta che convince l’uomo a compiere il "bene", li ha radice la "febbre" immessa nel cuore dell’uomo per aspirare all’"utopia". Chiunque può constatare che se viene meno la "fede" cessano d’aver ragione l’"eroismo", la donazione totale di sé, la "speranza" in un qualcosa che è più grande di noi e per questo ci attrae. Senza la "fede", la storia esce sconfitta, si "appiattisce" e appare come scenario di eventi fini a sé stessi, privi di senso complessivo. Anche l’universo perde la "poesia" che gli è propria, non è più l’orizzonte di un "Creato" tutto da scoprire e da gustare ma un’accozzaglia di "materia" con regole perfette ma senza scopo. Per il grande "filosofo spiritualista", Henry Bergson, "l’intelligenza ci ha dotato di potenze al cui confronto quella del nostro corpo conta appena", ma la "fede" è capace di cambiare il destino terreno, perché "se noi fossimo sicuri, assolutamente sicuri, di sopravvivere, non potremmo più pensare ad altro. I piaceri rimarrebbero, ma scialbi e scoloriti (…). Impallidirebbero, come la luce delle nostre lampade al sole del mattino. Il piacere sarebbe eclissato dalla gioia".
Generazioni di "cristiani", e uomini, di ogni tempo e luogo vivono questa consapevolezza, altri la percepiscono, altri ancora ne avvertono il "riverbero" nella propria coscienza.
Ma c’è un elemento "verificabile". La "fede" potenzia l’uomo e la sua "intelligenza", toglie la "mestizia" dai suoi occhi, gli prospetta una vita più "ricca" e un’aspirazione più "alta", alla quale poi non si vuole più rinunciare.