L’"impegno" proposto dalla "Chiesa"
per tornare a indicare un "orizzonte" a chi è "giovane"

RITAGLI     "Educare" senza paura né timidezza     DOCUMENTI
alla "bellezza" e al "futuro"

Se si ignora la "vocazione" al "futuro" e al "trascendente" dei "giovani",
si nega la possibilità di realizzare i "sogni" più ambiziosi che coltivano.
È l’"eredità" più pesante della "crisi" delle "istituzioni formative".

Carlo Cardia
("Avvenire", 3/6/’10)

Nell’"età giovane" ogni cosa ha il fascino del "nuovo", perché ogni giorno si apre una finestra sul "futuro". È un esperienza che abbiamo provato tutti, e che tuttavia viene dimenticata in un’epoca nella quale sta prevalendo la paura di "educare". Si ha timore di parlare ai "giovani" per trarre dalla loro coscienza i "sogni" che nascondono, le "speranze" che coltivano, per parlare loro delle cose "belle" e "meno belle" che li attendono. Eppure "educare" è una delle esperienze più affascinanti dell’uomo, che abbia dei figli, che sia insegnante, che viva in mezzo ai "giovani". Ed è affascinante perché è un rapporto di "scambio" continuo. La "gioia" della vita si trasmette dai figli ai genitori, dai "giovani" agli "adulti", come un fatto naturale, spontaneo, "irripetibile". Quante volte le apparenti "ingenuità" dei bambini, e dei ragazzi, riempiono e donano "serenità" a chi si è appiattito sulla "quotidianità", a chi si aspetta poco da ciò che deve ancora accadere. E quante volte restiamo sorpresi da quelle "domande" che i "giovani" rivolgono, e alle quali non sempre sappiamo rispondere.
La prima conseguenza della paura di "educare" sta proprio nel contrasto tra le mille "domande" che i "giovani" avanzano, e nelle poche "risposte" che ricevono. Non si danno "risposte" perché non ci si vuole impegnare e rischiare. Si ha paura di condizionare la coscienza dei "giovani", di "imbrigliarla" in questioni che non capiscono, di limitarne la capacità di scegliere e di agire. Ma queste sono paure che l’"adulto" si porta dentro di sé, e così finisce davvero per condizionare i "giovani", perché non dona loro nulla.
Socrate eccedeva affermando che basta conoscere il "bene" per farlo, e che l’"educazione" consiste nell’insegnare il "bene". Lo capì il "poeta latino" ricordando che l’uomo vede le cose "buone", ma sceglie quelle "cattive" («video bona proboque, deteriora sequor»). Ma certamente se le categorie del "bene" e del "male" sono espulse dall’orizzonte "educativo", i "giovani" saranno disarmati e delusi quando affronteranno le "fatiche" della vita, i "contraccolpi" del "male".
La
"scuola" ha oggi quasi paura di parlare dei "valori etici" e del loro significato, ma quando taglia questo ramo essenziale della "crescita" della persona trasmette "nozioni aride", non parla più del "passato", della "fatica" dell’uomo per crescere, conoscere, trasformare il mondo, appiattisce la "storia" e il "pensiero umano" in una sequela di eventi eguali a se stessi, senza fascino, senza capacità di "giudizio".
Edoardo Sanguineti diceva che non esistono "cattivi maestri", ma soltanto "cattivi scolari". Io penso sia vero il contrario, che esistano soltanto "cattivi maestri" e mai "cattivi allievi", soprattutto quando questi sono privati del diritto ad "apprendere", impegnarsi, "giudicare", valutare e scegliere.
L’"età giovanile" è, per sua natura, aperta al "futuro" e alla "trascendenza", perché intuisce di avere dentro di sé una "energia spirituale" che può realizzare "traguardi" impensabili. Ma se si ignora questa "vocazione" al "futuro" e al "trascendente", si nega ai "giovani" la possibilità di realizzare i "sogni" più ambiziosi che coltivano dentro di sé. È questa, probabilmente, l’"eredità" più pesante che la "crisi" delle "istituzioni scolastiche" e "formative" degli ultimi decenni ci ha lasciato, perché si nega ai ragazzi il diritto a elaborare un "progetto" vero per la loro vita, dal quale non siano esclusi la "bellezza" della
"fede" e la pratica dell’"eroismo".
Nella "Genesi" Dio chiede alla "progenie" di Abramo l’impegno di «agire con giustizia e diritto» ("Gen 18, 19"). E nel "Libro dei Maccabei", Mattatia indica ai suoi figli qualcosa di più, l’impegno per resistere all’"ingiustizia", proseguire nelle gesta "eroiche" dei padri, e ricorda che «coloro che di generazione in generazione hanno fiducia» in Dio non soccombono e non restano delusi (Mac 2, 61).
Chi costruisce un "progetto di vita", sa che questo richiede "fatica", ma libera dall’"insignificanza", comporta dei "sacrifici", che però saranno ripagati dai "risultati" raggiunti e da quell’intima "serenità" che soltanto la coscienza di avere operato bene può dare all’uomo.
L’introduzione del tema della "fede" nell’"educazione" dei "giovani" oggi a più d’uno può sembrare quasi strano. Eppure, l’apertura al "futuro", il desiderio di "realizzarsi", di fare cose "buone" e "grandi", sono parte integrante di quell’orizzonte della "fede cristiana" che porta un lievito di "gioia" e di "compiutezza" che l’"età giovanile" più di altre sa apprezzare, perché arricchisce il desiderio di vivere "intensamente" che esiste nel cuore di chi ha davanti a sé tutta la vita.