I "suicidi" di chi ha "successo" e di chi non lo ha

RITAGLI     La "giovinezza" non passa,     DOCUMENTI
"forma" altrimenti arriva a "negarsi"


Carlo Cardia
("Avvenire", 23/6/’10)

Tom Nicon è morto "suicida" a 22 anni, dopo aver assaporato "bellezza", "successo", quasi l’apice della "notorietà" nel mondo della "moda". Giorgio Armani ha trovato parole che diremmo tutti noi davanti a una morte "assurda": «Questo è un mondo troppo legato alla "giovinezza", come se la vita finisse a 22 anni. Bisogna far capire ai "giovani" che la vita è bella anche dai 23 anni in poi. Le "delusioni" ci sono sempre, anche quelle d’amore, ma si devono affrontare senza "tragedie". La vita continua, val la pena di viverla». Parole dette con amore, che non si rassegnano al "suicidio" di chi non ha avuto la "libertà" di scegliere, perché ha conosciuto davvero solo uno "spicchio" dell’esistenza, e quello "spicchio" non gli è piaciuto.
Non possiamo, però, archiviare così un "evento" che si verifica più spesso di quanto crediamo. "Giovani", magari con qualche anno di meno o di più, che buttano la loro vita con il "suicidio", o in altro modo, ce ne sono tanti, e segnano la nostra "società" spesso nell’indifferenza generale. Le ragioni sono diverse, perché il "successo" è stato troppo o troppo poco o è mancato del tutto, per un banale "insuccesso" negli studi, per "incomprensioni" in famiglia, per "delusioni" d’amore o di amicizie. Nella risposta che diamo è contenuto più o meno implicitamente un "messaggio" che rivolgiamo a noi stessi quasi per consolarci: sono "fragili", non hanno resistito ai primi "colpi" della vita, hanno ceduto a "solitudine" e "debolezza". Ed è giusto anche questo. Ma manca un fattore pesante come un "macigno" che nessuno vuole ricordare. A questi "giovani" (studenti, attori, o ancora senza "mestiere") nessuno parla più della vita in modo vero e "leale", come un’esperienza bella e "impegnativa", ricca di "eventi", ma lunga da percorrere e piena di "fatiche" e "delusioni", da scoprire con le speranze della "gioventù" e da vivere con l’impegno necessario, sapendo sin dall’inizio che essa percorre una "parabola" che se non è sorretta da qualcosa che la "trascende" e si coltiva nell’"anima", può pesare e abbattere fino a "soffocare".
Nella scuola, nei "media", a volte nella famiglia, si trasmette spesso ai "giovani" il "messaggio" più facile, per il quale la vita va vissuta momento per momento, faticando non troppo, senza credere molto negli "ideali" (per alcuni – si sa – se non ci si crede, è meglio), e offrendo loro esempi di "successi" tanto improvvisi ed "effimeri" quanto lo è la loro età. Guai poi a parlare di una visione "religiosa" della vita, che la collochi in un contesto più grande, che dia spazio alla "fede" nel Dio dell’amore e della "redenzione", immetta nell’"animo" convinzioni forti. La "religione" è considerata inutile, "improduttiva", "sorpassata", e tutto il bagaglio formativo che il
"cristianesimo" ha accumulato per secoli è visto con sospetto. Capita così ai "giovani" di trovarsi quasi come il "Tannhäuser" di Wagner che, dopo essere stato irretito dalla "dea" in una visione tutta "idilliaca" e "deformata" della vita, sceglie di tornare a vivere, accettando anche di soffrire, piuttosto che star chiuso in un "involucro" privo di contenuti. Ma la vita "reale" è diversa dall’ambiente dell’"opera", e i "giovani" pagano un prezzo molto alto quando le "illusioni" cadono all’improvviso. C’è un punto che si stenta a cogliere, nella "crisi" delle "nuove generazioni", perché appiattendo la vita in una prospettiva "immediata", negando "sforzi" e "ideali", ci si illude di dar loro maggiore "libertà", ma si raggiunge il risultato esattamente opposto. Perché la "libertà" consiste nel poter scegliere tra una serie di possibilità realmente offerte alla "coscienza", mentre questa "appassisce" quando neanche sa quale forza può avere dentro di sé per resistere a "difficoltà" improvvise, di quale "spinta interiore" può essere capace per aspettare, impegnarsi, costruire, dare un "senso" complessivo a ciò che lo circonda.
Preservare sempre e comunque i "giovani" dall’affrontare anche i "giudizi negativi" ("delusioni", "fallimenti" piccoli o temporanei) vuol dire privarli di un bene prezioso, della "volontà" e dell’"orgoglio" che vengono dalla "convinzione", dal possesso di "valori" che hanno solidità e interpretano le "rinunce" come "scelte" positive e non "fallimentari". La
"società adulta" muove spesso da un "preconcetto", quando ritiene che la "giovinezza" sia un’età di "passaggio" e i "giovani" troveranno da soli "stabilità" quando entreranno nella vita a pieno titolo. La "giovinezza" non è una fase "transitoria": è l’età "formativa" per eccellenza, se viene privata di "valori" che danno forza e fiducia in una dimensione più "elevata", la "crescita" è dolorosa, "incompleta", può addirittura essere "rifiutata" senza neanche sapere cosa ci riserva la vita.