RIFLESSIONE

RITAGLI     Il "paradosso" cristiano     MISSIONE AMICIZIA

P. Massimo Casaro
("Missionari del Pime", Ottobre 2009)

Che il "cristianesimo", così come l’abbiamo conosciuto e, in qualche modo, lo conosciamo, versi in "cattive acque" o, per lo meno, non goda ottima salute, è sotto gli occhi di tutti. Ovviamente di tutti coloro che ci tengono a vedere le cose come stanno e hanno a cuore il "cristianesimo". Chi non vuol vedere e non ha a cuore il "cristianesimo", altrettanto ovviamente non se n’accorge. A lui basta vivere tranquillo, se è un uomo qualunque, o godere di una qualche effimera sensazione di "onnipotenza", se è un uomo che conta.
A mio parere la difficoltà in cui versa il "cristianesimo" contemporaneo non dipende tanto dalle contestazioni di cui è oggetto, finanche dalle persecuzioni (non è forse questo il "destino" rivelato da Gesù ai suoi?), quanto dal desiderio spasmodico di "contare", quindi dallo "zelo" improvvido di alcuni, o di molti, che ne riduce al minimo la sua meravigliosa e strutturale "paradossalità". «Basti pensare – scrive
Enzo Bianchi – al Dio fatto uomo, al "Crocifisso" risorto e vivente, all’amore del non amabile (il nemico), allo sperare l’insperabile (la morte della morte), al credere l’incredibile (quel "cadavere" risorgerà)». Potremmo definire la "paradossalità cristiana" come la capacità di produrre quella felice condizione, intellettuale ed emotiva, spirituale, per la quale alle "certezze" si sostituisce la "conversione", cioè la nascita, sempre possibile e auspicabile, dell’uomo "nuovo" o dell’uomo secondo Dio.
La "vita cristiana", infatti, consiste, secondo l’
Apostolo Paolo, nel continuo passaggio dal "vecchio" al "nuovo", dall’uomo secondo la carne all’uomo secondo lo Spirito, da Adamo a Cristo. "Vecchio", infatti, è solo l’uomo che si rifiuta o che smette di passare.
Per questo motivo il "cristiano" maturo ha soprattutto orrore non tanto di ciò che nell’altro lo nega, ma di ciò che in sé nega l’altro, perché teme non chi gli può togliere la vita ma chi può rendergliela vana. Perciò desidera con tutte le sue forze, accettando qualsiasi sacrificio, qualsiasi dolore, non solo che l’altro sia e che continui a essere se stesso, ma che in sé tutto ciò che lo nega, alla fine, sia definitivamente sconfitto.