IL "FINE" DELLA VITA...

RITAGLI     Un "bilancio" per tutti!     PIME ITALIA - MILANO

Ormai da qualche anno, il nostro "Centro Missionario" redige un "Bilancio Sociale",
ossia il "bilancio" delle cose che ha fatto,
e non solo dell’"attivo" o del "passivo" dei "conti".
Ma qual è il "senso" profondo di questo particolare tipo di "bilancio"?

Il Centro Missionario Pime, in Via Mosè Bianchi, a Milano...

P. MASSIMO CASARO
("Missionari del Pime", Ottobre 2011)

Se il "Bilancio Economico" analizza soprattutto i risultati, il "Bilancio Sociale" analizza soprattutto le intenzioni! O, meglio, la coerenza tra le iniziative messe in campo e il "fine" che ci si è proposto. Ha, infatti, lo scopo non tanto di sapere quanto si è fatto, ma di verificare se quello che si è fatto andava fatto e lo si è fatto bene. Perché la sapienza della vita ci avverte che nulla va dato per scontato, tantomeno le cose importanti.
Il "Bilancio Sociale", da questo punto di vista, si può assimilare a un tempo di ripensamento, di ricognizione attenta, di stringente analisi e di critica puntuale di quanto è stato fatto alla luce del fine. Perché il fine è e rimane la sola cosa importante!
Sul momento sembra che i particolari sfuggano, siamo messi quasi in ombra dall’insieme che prende forma, ma è proprio la forma dell’insieme che permette di conoscerli meglio, collocandoli al giusto posto, e di giudicarli con intelligenza e libertà.
In caso contrario, se cioè l’insieme non prende forma, allora i particolari traggono in inganno, portano fuori strada e ci si accorge, troppe volte in ritardo, d’aver perso un’infinità di buone occasioni, d’aver dedicato una quantità smisurata di tempo e di energie a progetti che non le valevano, mentre le si è sottratte a qualcosa che valeva di più.
È quello che sostiene
Ignazio di Loyola quando, nei suoi "Esercizi", scrive: «In ogni buona scelta, per quanto dipende da noi, l’occhio della nostra intenzione deve essere puro, badando solo al fine per cui siamo stati creati, cioè per la lode di Dio, Nostro Signore, e per la salvezza della nostra anima (o, come "aggiornerebbe" giustamente Padre Silvano Fausti, "l’amore di Dio e del prossimo"). Pertanto, qualunque cosa sceglierò, deve aiutarmi a conseguire il fine per cui sono stato creato, senza permettere che il fine sia subordinato o tirato al mezzo, ma il mezzo al fine!
In pratica succede, invece, che molti prima scelgono di sposarsi, e poi di servire nel Matrimonio Dio Nostro Signore, mentre il servire Dio è il fine. Così pure ci sono altri che prima vogliono avere dei benefici e poi, in quelli, servire Dio. In tal modo questi non vanno con rettitudine a Dio, ma vogliono che Dio vada di filato ai loro desideri disordinati, e perciò fanno del fine un mezzo e di un mezzo il fine: e così, quello che avrebbero dovuto considerare dopo, lo considerano prima. Infatti, come prima cosa dobbiamo proporci per oggetto il servire Dio, cioè il fine, e dopo, se è più conveniente, l’accettare un beneficio o il prendere moglie, che sono mezzi per il fine. Nessuna cosa, quindi, mi deve spingere a prendere o a fare a meno di tali mezzi, se non unicamente il servizio di Dio, Nostro Signore, e la salute eterna della mia anima!».
Il fine, dunque, deve essere chiaro perché il resto, tutto il resto, è sempre e solo un mezzo. Se così non è, il mezzo diventa il fine, ed allora ci si perde nel labirinto delle priorità "fasulle", senza cavare il proverbiale "ragno dal buco"!
Forse è perché troppe volte gli uomini perdono di vista il fine, che la finanza impazzisce, la giustizia non si diffonde, l’interesse di parte prevale sul bene comune, l’accoglienza perde vigore, l’ambiente si degrada e agli uomini vengono sottratte dignità e speranza. Non sono più liberi, quindi si comportano da schiavi, nell’illusoria convinzione che la loro schiavitù sia a tutti gli effetti libertà.
È, dunque, un problema di
"visione": quando guardiamo una cosa troppo da "vicino", quando cioè la isoliamo dal suo contesto e il contesto non prende forma in relazione al fine, allora non siamo più capaci di conoscerla e di apprezzarla: ne diventiamo padroni, senza accorgerci di esserne diventati schiavi. È solo la "distanza" che permette di elaborare un autentico giudizio di conformità.
Questo metodo deve essere applicato a tutti gli ambiti della vita umana: alla famiglia, alla Parrocchia, ma anche alle amicizie e a tutte le "aggregazioni" che strutturano la "società civile". È, infatti, tassativo che ciascuno si chieda, e chieda al suo compagno di strada, dove sta andando, e se le azioni che ha intrapreso, o che sta intraprendendo, sono in linea con il fine. Questa è saggezza, e anche questa, forse soprattutto questa, è carità!