"Vuoti" e "rischi" nell’"Agenda" del "Presidente Usa"

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BARACK OBAMA, il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America!

Bernardo Cervellera
("Avvenire", 13/11/’09)

Il primo viaggio di Barack Obama in Cina è atteso come l’inizio di una "nuova era" nelle relazioni fra i due Paesi. Per He Yafei, "Vice-Ministro degli Esteri", si tratta di «un grande evento». Se teniamo conto che anche l’"Epoca-Obama" è stata salutata come «nuova», dalla visita che comincerà Domenica ci sarebbe davvero da aspettarsi tanto. L’"Agenda" del Capo della "Casa Bianca" è fitta di appuntamenti: arrivo a Shanghai; visita alla "Grande Muraglia" e alla "Città Proibita"; cene sontuose; incontri ad alto livello con il Presidente Hu Jintao e con il "premier" Wen Jiabao; un dialogo con la "gioventù" di Shanghai. Il tutto all’insegna di un grande apprezzamento per la Cina e con l’intento di celebrare una «partnership strategica», che si distacca dal rapporto critico che la Presidenza Bush aveva con il "gigante asiatico".
Già dall’elenco degli appuntamenti si vede che manca qualcosa: un gesto o un appello sulla questione dei "diritti umani". Eppure, per un "Premio Nobel per la Pace", questa dovrebbe essere la prima preoccupazione. Invece, per ora, Obama ha evitato di mettere in programma incontri o atti che potrebbero offendere il "padrone di casa": visitare una "Chiesa", sottolineando la "libertà religiosa"; domandare la liberazione di un "dissidente"; parlare delle "rivolte sociali" che crescono ogni giorno nel Paese; auspicare accoglienza e libertà di "espressione" per i milioni di contadini che tentano di presentare "petizioni" contro le ingiustizie subite e che sono rimandati a casa con la forza o addirittura imprigionati. Tutto ciò, in fondo, non è altro che esigere da
Pechino il rispetto delle "Convenzioni Onu" sulle "libertà civili", che la Cina ha firmato nel 1998 e tuttora non ha incorporato nella sua "legislazione". Non si tratterebbe di una ingerenza negli "affari interni" di un’altra nazione, semplicemente della richiesta che ai proclami seguano i fatti (come Pechino fa di continuo con i suoi "partner" commerciali e i suoi "nemici" storici, Dalai Lama "in primis").
Non siamo in grado di dire che cosa farà Obama. Ma le premesse non sono esaltanti. Il mese scorso, rompendo una tradizione ininterrotta alla "Casa Bianca", il Presidente non ha incontrato il Dalai Lama durante un suo viaggio negli Stati Uniti. Ancora più grave (ed esplicito) è stato il "Discorso" del "Segretario di Stato" Hillary Clinton nella sua visita del Febbraio scorso a Pechino, dove ha chiarito che con la Cina si può discutere di tutto, ma solo finché non si mettono a repentaglio i "rapporti commerciali". Anche Nancy Pelosi, "speaker" della "Camera Usa", una volta "tigre" nella difesa dei "diritti umani", lo scorso Maggio si è recata nella "capitale cinese" cercando collaborazione su temi legati all’"ambiente" e all’"energia", ma tacendo sui suoi cavalli di battaglia di un tempo:
"Tiananmen", il Tibet, la "democrazia".
È, dunque, altamente probabile che i "diritti umani" non siano contemplati nell’"Agenda" del "leader" americano. Non sarà però un incontro inutile. Al centro vi sono molti "temi" che interessano le due "super-potenze" e il mondo intero: la "denuclearizzazione" della
Corea del Nord; un "accordo sul clima", prima di Copenaghen; la "collaborazione militare"; una possibile "partnership" nelle "ricerche spaziali"; l’Afghanistan, l’Iraq e l’Iran. Vi è poi lo scottante "capitolo economico": gli "Usa" vogliono che la Cina apprezzi la sua moneta, lo "yuan", e tolga le "barriere doganali" ai prodotti americani; Pechino insiste per il contrario. Un accordo, tuttavia, si impone, perché le due economie sono ormai legate a "doppio filo", dato il volume di miliardi di dollari posseduti da Pechino in "Titoli di Stato" americani.
Anche sull’"ambiente" si troverà un’intesa, dato che né Cina, né Stati Uniti possono fare a meno del carbone come fonte di "energia", sebbene inquinante.
I "dissidenti" hanno scritto una "lettera aperta" a Obama per chiedergli di parlare chiaro. Eppure, c’è chi sostiene che i "leader" di Pechino riusciranno perfino a costringere il Presidente "Usa" ad affermare che il Tibet è parte integrante della Cina, giustificando il "genocidio culturale" della popolazione. Ciò segnerebbe il "genocidio culturale" dell’"Occidente", in cui il "materialismo" della "tecnica" e del "potere economico" la vince sulla dignità dell’uomo.