Emerge l'"insufficienza" delle "bio-tecnologie"

RITAGLI     Il "Virus A" fa riscoprire     DOCUMENTI
il senso del «prendersi cura»

Roberto Colombo
("Avvenire", 7/11/’09)

La "pandemia influenzale" causata dal "RNA Virus" di "Tipo A", "Ceppo H1N1", si espande rapidamente anche in Europa e il nostro Paese è tra i più colpiti. Ancora più rapidamente si sta innalzando il livello di "allarme sociale", generato da una diffusa paura per le conseguenze – e le eventuali complicanze "cliniche" – dell'infezione da questo "virus", e cresce lo scetticismo verso le parole rassicuranti dei responsabili della "Sanità" nazionale e internazionale. Il consenso verso la "profilassi immunitaria" attiva non riesce a decollare e gli stessi medici sono tra i più restii a farsi vaccinare. I "Governi" dei Paesi "Occidentali" si interrogano su cosa non abbia funzionato nella complessa macchina architettata per l'"informazione pubblica", la formazione del consenso alla "profilassi", la collaborazione dei cittadini alle misure di "prevenzione" e, soprattutto, per il contenimento della paura e dei comportamenti irragionevoli che essa genera, capaci di bloccare interi settori dell'assistenza "sanitaria" e "sociale" e del mondo del lavoro e della scuola. Così, si moltiplicano le "analisi" psicologiche, sociologiche e politiche sull'insorgenza del "swine flew panic" e su come contrastare questo "delirio" collettivo, ma non se ne comprendono le radici profonde, che sono culturali ed educative.
La scienza e le sue scoperte non bastano a rassicurare il cuore dell'uomo circa la sua vita e il suo destino. Esse possono migliorare talune circostanze dell'esistenza, fornendo utili strumenti per combattere la malattia e alleviare il dolore dell'"infermità", ma la vita dell'uomo non è solo un "bilancio" di salute e di malattia e il suo senso non consiste solo e tanto nel favorire la prima e "debellare" la seconda. La medicina "contemporanea" ha fatto tesoro dei progressi "bio-tecnologici", ma ha dimenticato lo scopo per cui è nata e si è sviluppata: "curare" i malati. Molti secoli prima che imparassero a fare diagnosi, terapia e prevenzione efficace, i medici praticavano la
"cura" e i malati (ora come allora) chiedono ai medici di essere anzitutto "curati". "Curati": cioè che la loro persona sia al centro della "professione sanitaria" e della sua "organizzazione". Non solo l'organismo "biologico" dell'uomo, ma la persona, con la sua mente ed il suo cuore, i suoi desideri e le sue paure, le domande e le speranze, quel complesso di evidenze ed esigenze con il quale ci paragoniamo ogni giorno e che ci fanno guardare con "positività" inesauribile alla realtà che è in noi e attorno a noi.
Anche a un "virus" a elevata "morbilità" che si aggira tra noi e può metterci a letto per qualche tempo.
Senza questa concezione della persona, che è alla base del rapporto tra la medicina e l'uomo, tra il medico e il paziente, il cittadino si sente dapprima "illuso" e successivamente "deluso" da una "sanità" ridotta a mero esercizio di "iatro-tecnologia" che predica di poter liberare l'uomo dal giogo della "patologia", ma poi lo lascia solo di fronte al bisogno della sua malattia. Fosse anche solo quello di poter ricevere il conforto della visita a domicilio di un "pediatra" per il figlio o un'attenzione non sbrigativa per il nonno in un "Pronto Soccorso".
Non è "censurando" o "biasimando" le incertezze e le paure del cittadino di fronte agli inevitabili "pericoli sanitari" che la medicina riconquisterà il rispetto e la stima che da secoli le sono stati riservati nella società. E neppure moltiplicando dai "pulpiti televisivi" gli "appelli" alla calma essa otterrà di venire ascoltata e seguita. La vera "emergenza" – che non tramonta dopo la stagione delle "influenze virali" – è quella "educativa": costruire una nuova "cultura" della salute, che abbia al suo centro la persona del medico e del paziente come protagonisti di un'avventura umana che, mentre lotta contro la "patologia", scopre il senso della malattia come domanda di "salvezza" e non solo come esigenza di salute. Per recuperare lo spazio del "curare" e dell'"essere curati", senza il quale il medico e il malato vanno alla deriva. È l'uomo che ha abbandonato la medicina o la medicina che ha abbandonato l'uomo?