Il "dopo-ferie" in tempo di "crisi"

RITAGLI     Strano "sollievo" quest’anno:     DOCUMENTI
sì, torno al lavoro

Marina Corradi
("Avvenire", 30/8/’09)

Intanto, gli italiani stanno tornando a casa. I "Tg" recitano come litanie i "servizi" di fine estate: dodici milioni d’auto in circolazione nel fine settimana, svincoli aggrovigliati di vetture bollenti, "autogrill" in stato d’assedio. In canottiera in coda, il "casello" come un miraggio. Le "telecamere" inquadrano viaggiatori più stanchi che abbronzati, bambini morti di sonno, ombrelloni ripiegati e polverosi come fiori sfatti. E il microfono sospinto dal giornalista dentro gli abitacoli va a raccogliere sospiri, e rimpianti: già finita l’estate, già si torna. E quella certa rassegnazione di chi, dopo un’ora d’aria, torni agli "arresti". Alla grigia, oscura vita "feriale".
Siamo così abituati a questi "resoconti" che l’altra sera davanti alla "Tv" ascoltavamo distratti, immaginando la consueta sudata mestizia da "contro-esodo". Invece, una "telecamera" del "Tg1" ha inquadrato un’operaia in "camice blu", non giovane, davanti ai cancelli di uno stabilimento. Che se ne è venuta fuori a dire che era contenta di tornare a lavorare, quest’anno. Ha perfino sorriso. Anzi, ha detto testualmente, «Ringrazio Dio perché ce l’ho, il lavoro». Un altro, un ragazzo del Sud, diceva del rientro nella sua fabbrica di un centinaio di "cassintegrati"; e lo diceva con una cauta ma lieta speranza. Senza quell’insofferenza, quella rassegnazione di chi torna a una giornaliera "condanna". Sfumature, se volete, frammenti di quell’universo che è un Paese che ritorna al lavoro. Però la caratura degli "accenti" ci ha sorpreso: qualcosa di nuovo sotto il sole di fine Agosto, qualcosa che, gli altri anni, non c’era.
Il "camice blu" da catena di montaggio, la faccia che nelle rughe lasciava intravedere anni, figli forse, e una parallela fatica, a casa: ma, «ringrazio Dio perché ce l’ho, il lavoro». L’anno drammatico dell’economia, della "crisi" addosso, del lavoro minacciato o perduto, ha prodotto in qualcuno – forse in quelli che più hanno avuto paura di essere spinti ai margini – il germe di uno sguardo diverso. In un tempo che ha battezzato "happy hour" l’ora in cui gli impiegati escono dagli uffici, quasi che quella dell’"aperitivo" sia la sola ora lieta in una giornata reclusa; in un’epoca in cui molti ragazzi ritengono che si viva "davvero" solo il Sabato sera, e prolungano fino all’alba avidamente quel pezzo di vita liberato; in un Italia così, che un’operaia dica al "Tg", «sono felice di tornare a lavoro», è una notizia.
Piccolo segno, confuso tra i sospiri sopra le valigie disfatte, di una diversa consapevolezza. Coscienza, intanto, che niente del nostro maggiore o minore benessere è scontato: ci sono mille posti al mondo in cui l’auto e il frigo pieno di una famiglia media italiana apparirebbero un sogno. Coscienza, poi, che il lavoro non è "condanna", ma "benedizione". Una "benedizione" averlo, e ogni mattina condividere con altri la fatica di un "fare"; e grazie a quel lavoro vivere, e avere una casa, e crescere dei figli. In quel lavoro esserci, per gli altri; e non restare inutili e soli, ma trasformare ogni giorno, magari impercettibilmente, la realtà: in un compito che appartiene agli uomini.
«Grazie a Dio ce l’ho, un lavoro». Frase apparentemente da niente; che ha dentro però un seme di "gratitudine". Come la scoperta che quella stessa "quotidianità" apparentemente ripetitiva da cui tanti non aspettano che di evadere, il Venerdì sera, ha un senso buono. Come, avendo provato a esser malati e a stare in piedi a fatica, accorgersi nel primo giorno di "convalescenza" che poter camminare, è fantastico. Forse per scoprire un bene è necessario temere di perderlo. Dopo, ciò che era banale e scontato può essere riconosciuto come un dono. Allora la "quotidianità" e la fatica non sono più una "condanna": ma l’oggetto di una "gratitudine" che rende altro, di altra consistenza, il tessuto delle uguali giornate.