Una settimana tra la gente, nella vita "autentica"

RITAGLI     Il mondo di ogni giorno     LOURDES
in quelle "facce" di Lourdes

La gente seduta in attesa per bagnarsi alle "piscine"; zitta, muta, per ore paziente.
Come "questuanti", che a tante "porte" hanno bussato, senza risposta.
Eppure sperano.

Il Santuario di Lourdes, meta di pellegrinaggi e speranza...

Marina Corradi
("Avvenire", 7/9/’09)

Con la "Diocesi" di Roma a Lourdes, mentre in Italia e attorno a questo "giornale" soffiava la bufera. Una settimana, all’apparenza, fuori dal mondo: dal nostro mondo di giornalisti, concitato di dichiarazioni e di lanci di "agenzie" come raffiche fra trincee. Una settimana fuori dal mondo, oppure invece profondamente dentro il mondo più vero? Di questi giorni a Lourdes ci resta in mente sopra a tutte una cosa: le "facce". Le facce dei "pellegrini", gli sguardi che incroci nella folla davanti alle fontane, e che ti si imprimono nella memoria; come "icone"; come un segno che, sul momento, stenti a leggere, e che però nel tempo continua a domandare d’essere decifrato. Come quella vecchia signora. Una donna molto anziana, oltre gli ottanta, distinta in una eleganza di altri tempi. Alta, con addosso uno di quei classici impermeabili inglesi che "durano per tutta una vita"; e un cappello con la "tesa", anche questo elegante ma decisamente fuori moda.
L’abbiamo incrociata mentre entrava nel cortile del "Santuario" una mattina alle nove, sotto la pioggia fine che a Lourdes annuncia già l’autunno. Procedeva a passi molto corti, come i vecchi quando l’asfalto è scivoloso; e reggeva nella destra, come una cosa preziosa, un seggiolino pieghevole. Ci ha colpito la assoluta solitudine di una donna così avanti negli anni; nessuno accanto, nessuno che la accompagnasse. Ma avanzava, benché adagio, decisa: come ben sapendo dove andare. Quasi come una "habituée", o qualcuno che vada al suo consueto lavoro, e non abbia bisogno di guardare la strada. L’abbiamo seguita. La donna è entrata nella "Basilica" dove si celebrava la Messa "internazionale", colma di migliaia di persone di ogni paese. Sempre lenta, ma certa, coi suoi passi brevi si è diretta in fondo alle "navate", accanto a una colonna ha aperto il suo seggiolino, e si è seduta.
Avevamo sperato che raggiungesse una amica; invece, nessuno. La faccia segnata dal tempo non permetteva di immaginare se fosse stata, da giovane, bella. Innamorata, moglie, madre: chissà. Ma così sola, in quella mattina a Lourdes. Con gli occhi fissi all’altare, e un "Rosario" perlaceo tirato fuori dalla tasca; come, di tutti gli oggetti, il più abituale. Le facce, a Lourdes. Quella della giovane madre con una ragazzina adolescente in "carrozzella", magrissima; la straziata "domanda" stampata sulla faccia di quella madre. La gente seduta in attesa per bagnarsi alle piscine; zitta, muta, per ore paziente. Come "questuanti", che a tante porte hanno bussato, senza risposta. Eppure sperano. Che attendono, fedeli, che la porta si apra. E le facce dei giovani e dei sani, che qui ammutoliscono. Ed escono un po’ più umili, e forse quasi un po’ grati. Certe facce di Lourdes portano stampate addosso vite, e dolori, che danno la vertigine solo a sfiorarli, tanto li intuisci profondi. "E tutto questo ha una risposta?", si domanda il visitatore tra la folla. Il
Cardinale Vallini, "Vicario" del Papa per Roma, lungo la "Via Crucis", alla dodicesima "Stazione", ha detto ai "pellegrini" romani: «Se la storia fosse finita qui, il dolore e la morte avrebbero vinto». Ma, poi, oltre la morte, oltre il "Venerdì Santo", c’è l’ultima "Stazione". La pietra rotolata, il "sepolcro" vuoto. L’inaudito annuncio: non è qui, è risorto. Ecco, certe facce di Lourdes sono le facce della dodicesima "Stazione", in estenuata struggente attesa. Ma già quell’attesa cambia gli sguardi; già la promessa salva, qui e ora. E questo, potrà sembrare assurdo dirlo, è il mondo "vero"; è la quotidianità di fatica e paura e speranza, in cui la maggior parte degli uomini vive. Una settimana a Lourdes nella vita, quella "autentica". Quella di cui così poco si parla sui "giornali", e anche fra noi: così – scrisse Rilke – «come si tace di un’onta, come si tace di una speranza ineffabile».