In sette "luoghi" di Roma si prepara un "cammino" di "memoria" e "fede"

RITAGLI     Nelle case e tra le cose dei "Santi":     DOCUMENTI
tracce di "vita" non vinta dalla "morte"

Marina Corradi
("Avvenire", 25/10/’09)

In "pellegrinaggio" per le case dei "Santi". A Roma per due giorni, Venerdì e Sabato prossimo, saranno aperte al pubblico le stanze in cui vissero o morirono sette "Santi" vissuti tra il "Cinquecento" e il "Settecento". Ci sono le "stanze" in cui Ignazio di Loyola passò gli ultimi anni della sua vita; e quelle di San Camillo De Lellis, e di altri nomi a noi oggi meno noti. "Piazza del Gesù", "Piazza della Maddalena", "San Pantaleo": a guardare la città dall’alto, si vedrebbero i luoghi di questo "pellegrinaggio" come annidati nel cuore antico di Roma. Tra il "Pantheon" e il "Parlamento", nella "ragnatela" di vie intasate dal traffico e assediate dal rumore, stanno silenziose quelle "case": in mezzo alle altre, in mezzo a quelle di tutti gli altri uomini.
Affascina l’idea dell’andare per antichi "passi" in queste "stanze" che, abbandonate dai loro abitanti, sono rimaste però custodite da una "memoria" collettiva e tenace, nei secoli: come se, pure nel tempo e nel succedersi delle generazioni, il ricordo restasse, e pietre e muri toccate da un "Santo" rimanessero oggetto di una "devozione" fedele e stupita (qui viveva un uomo, uguale eppure radicalmente diverso da noi).
Che cercheranno nelle "case" dei "Santi" i visitatori, tra un incrocio e l’altro di Roma, mentre inferociscono i "clacson" e procedono compatte le "falangi" di turisti di fine stagione? Forse quello che cercano nella "casa" di
Bernardette a Lourdes, o nella "cella" di Padre Pio a San Giovanni Rotondo: "tracce". "Orme", di una "umanità" uguale alla nostra, eppure profondamente "trasformata".
"Morta", come tutti gli uomini muoiono; e però non "vinta" dalla morte.
Perché in fondo, senza forse che ce ne accorgiamo pienamente, è questo che ci colpisce e ci commuove in quelle povere e buie "stanze" di Lourdes, o di Ars. Il "focolare" annerito dal fumo, il letto, le stoviglie di coccio, le banali povere cose che ogni giorno servono agli uomini per mangiare e dormire.
Le scarpe, le scarpe "sformate" con cui il
"Curato d’Ars" camminava nel fango dei sentieri. L’ombrello, nero, pesante, grande, per i cieli piovosi dell’Ain. O il "Crocifisso" povero e nero che domina come un padrone la camera spoglia del Parroco. E ancora, la finestra della "cella" del "Convento" di Padre Pio, affacciata sull’orizzonte della campagna; cielo e terra stretti nella prospettiva di quella piccola "stanza" dalle pareti bianche. Un orologio, un bicchiere. Le cose "quotidiane" abbandonate inerti, come ormai inutili, dai loro proprietari. Ma che i "vivi" guardano con un commosso stupore: dunque anche quegli uomini vivevano di cibo, acqua, lavoro, fatica, occhiate alle nuvole gonfie di pioggia, mentre le ore e i giorni se ne andavano.
Vien voglia ai "pellegrini" di toccare, in quelle "stanze". Di poter sfiorare gli oggetti che hanno partecipato di un singolare felice destino: uomini come gli altri, e però scelti da Dio, come "compagni". Toccare, perché gli uomini hanno bisogno di "segni" – di cose che si lascino afferrare dalle loro povere mani.
Bella, l’idea di andare "pellegrini", o anche semplicemente "visitatori", in queste sette vecchie "case" mescolate alle altre, nel cuore di Roma, tra i palazzi del "potere" e le "ambasciate" e le banche, tra le "auto blu" scortate e i "bus" carichi di studenti e impiegati. Nella "tela antica" della "metropoli", sette punti silenziosi, quasi "invisibili", testimoniano di un altro modo di essere uomini possibile. Dentro la "carne viva" della città, "tracce".
Dormivano in quei letti, si affacciavano a quelle strade, mangiavano a quei tavoli. In tutto, uomini. Però colmati da una "umanità" felice e piena; da un’altra "misericordia". E in quelle loro "case" anche i muri sembrano, nel silenzio, ancora pregni di una stupefatta "memoria".