Cosa insegna alla "scienza"
il "caso" del "risvegliato" dal "coma"

RITAGLI     L’umiltà di tornare al "capezzale"     DOCUMENTI
di malati etichettati come "persi"

Marina Corradi
("Avvenire", 25/11/’09)

Ventitré anni fa, dopo un "incidente", i medici gli avevano diagnosticato uno "stato vegetativo" persistente. Tre anni fa Rom Houben, "belga", è stato esaminato da un "neurologo" di fama internazionale. Con le tecniche di "risonanza magnetica funzionale" il Professor Laureys dell’"Università" di Liegi ha accertato che l’uomo aveva "attività cerebrale": un caso particolare di "sindrome locked-in", è la "diagnosi", lo stato di chi dopo un trauma è paralizzato e "chiuso dentro" di sé. Oggi Houben riesce a comunicare indicando le lettere su una tastiera, e può leggere. Racconta come un "incubo" i ventitré anni di silenzio. Quando per i medici la sua "attività cerebrale" era "estinta".
La storia non è un miracolo, né il caso di un uomo straordinariamente risvegliato dal "limbo" della "incoscienza". È la storia di una "diagnosi" sbagliata. Ventitré anni fa non c’erano gli strumenti di oggi. Simili errori non erano impossibili. Secondo quanto afferma Laureys nel suo più recente "lavoro scientifico", tuttora «il tasso di "diagnosi" errate di "stato vegetativo" rimane alto: i segnali che distinguono gli "stati vegetativi" dagli stati di minima "coscienza" non sono così netti».
Non così netti, come dal "bianco" al "nero". Non così semplici, che non ci sia ancora da studiare.
La vicenda del ragazzo invecchiato in un silenzio da "monade", e il suo esserne tornato, insegna qualcosa. Intanto, che ciò che vent’anni fa sembrava "certezza scientifica" oggi potrebbe essere superato da nuove "tecniche", che leggono ciò che non si vedeva. Forse, tra cinquant’anni, si saprà ancora di più sul "cervello umano". Che è "macchina" straordinariamente complessa; troppo, per definirla irreversibilmente con "diagnosi" che rapidamente invecchiano.
Il sommo della "ragionevolezza" di fronte a tanta complessità sarebbe forse l’ammettere di conoscere ancora poco. Non pretendere di sapere "tutto", né dare per scontato che ogni uomo immobile da anni in un letto sia perduto. Sapere almeno che occorre cercare ancora.
In fondo, questa storia prima che di "scienza sofisticata" è una storia di "umiltà": l’"umiltà" di un medico di tornare al "capezzale" di un paziente assente da vent’anni, dato per "spacciato". E di tentare ancora. Per venti giorni Laureys e i suoi "assistenti" hanno verificato semplicemente i "riflessi oculari" di Houben, ne hanno preso nota su un "diario". Prima ancora delle "macchine" più "sofisticate", la pazienza dei medici.
Ed è la storia questa, anche, della tenacia di una donna. La madre, che per ventitré anni è rimasta accanto a quel letto. Un tempo lunghissimo. Quanti avrebbero ceduto, quanti si sarebbero umanamente rassegnati. Magari invocando una "fine". Quella donna no. Capace, davvero, di sperare contro ogni speranza. E quel figlio intanto, carcerato nel suo personale "abisso". Lavato, imboccato, immobile. Eppure "cosciente". Di una "coscienza" invisibile ai medici. Che crollavano il capo, certi del loro sapere: «È un "vegetale"».
Un errore di "diagnosi", una "sentenza" incollata come un’"etichetta", e mai più verificata. Possibile, quando dei medici sono troppo sicuri di aver capito tutto. Fosse un insegnamento per quanti hanno a che fare con i "limbi" di pazienti "assenti". Se, di fronte al mistero della "coscienza" e dell’indecifrato "hardware" che ne è sede, si alzasse un dubbio: occorre essere "umili, di fronte alla vita di un uomo. Di fronte a ciò che è molto grande, somma "ragionevolezza" l’ammettere di non sapere abbastanza.
(Intanto, quell’ex ragazzo "quarantenne" ora legge, e discorre con gli amici. Parrà incredibile ai cultori di una "dignità della vita" predefinita secondo rigorosi "canoni", ma si dice "contento". Sfuggito a un "incubo", ancora "paralizzato", e – scandaloso – "contento". Semplicemente "contento" di essere vivo, e "amato").