La "fede" non può essere "vista"? "Protesta" a Roma

RITAGLI     Una "Suora" in cattedra fa paura.     DOCUMENTI
Potrebbe creare "passione"

Marina Corradi
("Avvenire", 11/12/’09)

È arrivata la nuova "maestra".
È abilitata all’insegnamento, ha alle spalle anni in "cattedra", secondo le "graduatorie" il posto tocca a lei. Ma quando entra in aula, in una "elementare statale" di
Roma, delle madri corrono dalla "preside". A protestare, indignate. Perché quella "maestra", è una "Suora".
Visibilmente una "Suora": porta perfino la "veste nera" sopra al "velo bianco".
Troppo, davvero, per quelle mamme "laiche" e "democratiche", che ora minacciano ricorso al "Tar".
Chi ha paura di una "Suora"?
Quella di Roma è una donna di 61 anni, i capelli grigi, l’aria, a dire il vero, mite. Ex "allieva" del
Cardinale Martini, neanche porta sulla "veste" quel "Crocefisso" attorno al quale oggi tanto animatamente si discute.
Sorride tranquilla: «Tanto ce l’ho qui dentro, nel mio cuore». E dunque la storia di Roma nemmeno è una questione di "segni" esibiti o rifiutati. «Cosa risponderà», trema invece una madre, «se mio figlio chiedesse come è nato l’"universo"?» Già. Non le verrà mica in mente, alla "Sorella", di accennare, accanto alla corretta idea "evoluzionista", l’assurda ipotesi di un "Creatore"?
(Dove si vede come certo "laicismo radicale" sia in realtà un "credo integralista", spaventato all’idea del confronto con l’altro).
E non importa se la "legge italiana" non preveda – e ci mancherebbe altro – la esclusione dei "religiosi" dall’insegnamento, in un’inimmaginabile "discriminazione" fra cittadini e "sotto-cittadini".
Tuttavia in qualcuno permane un meccanismo automatico, quasi "pavloviano", per cui quell’"abito" è intollerabile.
L’"abito" che sta a indicare, netta, ben visibile, l’appartenenza "cristiana".
Altrettanto "cristiani" però sono, nelle loro vesti "borghesi", migliaia di maestri e professori nelle nostre scuole. Qual è il punto di "attrito", allora?
Forse l’"abito" di una Suora come "segno" indiscreto e visibile della propria "fede".
Che è ammessa finché sia faccenda "pudica", privata, mantenuta estranea alla vita quotidiana. Finché stia in "Chiesa" e non si immischi di cose concrete come la "politica", o l’"educazione".
Come farebbe, altrimenti, un maestro che manifestamente creda in un Dio a presentare agli alunni l’umano "scibile" con la dovuta "neutralità", con la necessaria prudente "equi-distanza" da ogni visione del mondo? Come farebbe a insegnare che nulla è oggettivamente "vero", ma tutto invece "opinabile", secondo l’imperativo del "relativismo" in cui oggi, coscientemente o no, si crescono i figli?
Una "Suora" in "cattedra", questo no. Il "rigurgito" di una sorta di "razzismo laico". No, nemmeno se non porta il "Crocefisso" sul petto: tanto ce l’ha nel cuore, dice.
Peggio, direbbero quelle madri, se fossero più acute.
Perché un "Crocefisso" di legno potrebbe anche essere lì, e non rappresentare niente.
Potrebbe restare sul muro di un’aula a impolverarsi, innocuo sotto a sguardi "abituati". Ma se davvero uno ce l’ha, come dice la "Suora" di Roma, nel cuore, allora ha un’attenzione all’altro che meraviglia, col tempo, anche i bambini di una chiassosa "classe elementare". Perché quella "veste" e quella "Croce" si testimoniano nella "passione" all’altro. Perfino al ragazzo dell'"ultimo banco", apparentemente il peggiore. E quanta ce ne vorrebbe, di questa "passione", in certe nostre aule di ragazzi lasciati soli, di figli "bulli" per noia.