Verso Torino e il «lino»

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per incontrare un "evento"

Pellegrini contemplano il Volto della Sindone, a Torino...

Marina Corradi
("Avvenire", 11/4/’10)

Che cosa cercano, quei due milioni di uomini e donne che da ieri si sono messi in "cammino" verso il "Duomo" di Torino? Vengono dall’Italia ma anche da molto lontano, da "Paesi" agli "antipodi" del mondo; vengono dall’"Est" "scristianizzato" e dall’Europa delle "Chiese vuote". Cosa cercano, dunque, in quel "volto" di uomo "martirizzato", che rispecchia nelle sue "ferite", con impressionante precisione, il "racconto evangelico" della "Passione"? "Turisti", li chiamava ieri un "Tg locale" piemontese, e subito aggiungeva delle buone attese dei "commercianti" – quasi a intendere che anche questo sia "spettacolo", e a spingere la folla sia prima di tutto la curiosità che circonda quella "immagine" misteriosa. Ma è una riduzione troppo semplice, che sa di "materialismo" usurato. Non corrisponde alla realtà delle "facce" viste ieri a Torino, ai primi "pullmann" delle "Parrocchie", alle "parole" dei più vecchi che ancora una volta, forse per l’ultima, ritornano a contemplare quel "volto".
Li guardi: gente di ogni "età", ragazzi e professori, "borghesi" accanto a "badanti" filippine. Una "moltitudine" che "sociologicamente" sarebbe arduo definire. Forse, semplicemente immagine di una "umanità" in cui una esigenza "radicale" viene prima di ogni "differenza". Vogliono vedere quel "volto", segnato esattamente dalle "spine", dai "chiodi", dai "flagelli" patiti da Cristo. Duemila anni dopo una "colonna" di uomini si mette ancora in "cammino", per vedere con i propri occhi, nel più "umano" dei bisogni. Vedere e confrontarsi in quei pochi istanti, contesi dagli altri che già dietro spingono, con una "domanda" antica di due "millenni": chi era quell’"uomo", e veramente era il "Figlio" di Dio? Veramente ha sconfitto la "morte", annunciando a noi che non moriremo per sempre?
Pochi secondi a testa, e davanti alla
"Sindone" nel "silenzio" una raffica di "domande" brucianti, incredule oppure commosse in una "fede" già provata e certa. Ma tutti, in modi diversi, e magari anche quelli che si dicono solo "curiosi" o "lontani", sono venuti a cercare qualcosa, trascinati come in una corrente da una "tensione" il cui nome meno impreciso potrebbe essere, forse, "nostalgia". "Nostalgia" che abita nel profondo di noi. "Nostalgia" di un Dio che ha fondato e impregna le nostre città d’"Occidente", e le sue splendide "Cattedrali"; ma di cui siamo in tanti "dimentichi", di tutt’altro "adoratori". Inconsapevoli "pagani" di ritorno, così che si attaglia anche a noi quella "frase" di Paolo all’"Areopago": anche per tanti uomini di oggi Dio è il "dio ignoto" degli "Ateniesi". "Ricerca", dubbio, o ansia di un’altra "vita" premono alle porte del "Duomo" di Torino. Insieme all’"attesa" commossa di chi crede, e attende da anni di potere vedere la "Sindone". Per chi crede, che cos’è quel volto che come in uno "specchio", disse Giovanni Paolo II, descrive la "Passione"? È l’"icona" di un "uomo martoriato" e ucciso e sepolto, esattamente, in modo impressionante, come avvenne a Cristo. Come davvero si sia formata quella "immagine", la "scienza" ancora non l’ha saputo spiegare. Ma a Torino innegabilmente oggi ognuno cerca e trova un "volto" di uomo. Di un "uomo" nato da "donna", nato nella "carne". A ricordarci, come scrive Benedetto XVI nell’"incipit" della "Deus caritas est", che all’inizio del "cristianesimo" non c’è una "decisione etica" o una "idea", ma l’incontro con un "evento", «con una "Persona", che dà alla vita un nuovo "orizzonte"». A ricordarci che la nostra "fede" non è un insieme di "valori morali" e tanto meno un "moralismo", come nei secoli è accaduto a volte di ridurla; ma è un "uomo", Gesù Cristo, nato nella "storia". E in due milioni andremo a vedere quel "volto", quel corpo segnato dal "flagello" e dalle "spine" – sofferenza "divina" e "umana" e nostra, incisa in quelle "ferite". Immagine di "impotenza" e di "morte", che pure annuncia che la "morte" non ha vinto. Lo staremo a guardare, in pochi intensi istanti. Come domandando, tacitamente chiedendo di essere in realtà noi, da quel "volto", guardati e abbracciati.