La "Chiesa" invita a "vivere", non a "vivacchiare"
L’"agenda" di chi spera è piena di
"futuro"
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Marina Corradi
("Avvenire", 26/5/’10)
Se un amico "straniero" ci domandasse: "Allora, come va da voi
in Italia?", forse non sapremmo
rispondere che con "imbarazzo", e un fondo di
"rassegnazione". Bah, diremmo, come vuoi che vada. Si
"sopravvive".
Nonostante la "crisi", non siamo la Grecia. La "politica" è
in un "affanno cronico", dentro a un interminabile
"travaglio" che sembra non partorire niente; se non
"provvedimenti" per far fronte a "urgenze irrimandabili"; se
non rumore, scontri, "uscite estemporanee" che il giorno dopo sono
già "lettera morta". Come vuoi che vada, diremmo a quell’amico: sui
"giornali" c’è ogni giorno un nuovo "scandalo", nuove
"indagini", nuovi veri o presunti "corruttori" e
"concussi". Tuttavia, si "sopravvive".
Lavoriamo, mandiamo a scuola i figli, pensiamo, chi può, alle vacanze.
"Tiriamo avanti". Quasi alla giornata. Un "progetto" comune,
una condivisa "speranza" sembrano cose troppo ambiziose, e troppo
proiettate in un futuro in cui non nutriamo gran "fiducia".
Nei libri di "storia" leggiamo delle passioni e dello slancio di
"ricostruzione" del "dopoguerra"; e pur sapendo da quali
"lutti" e "povertà" veniva quell’Italia, noi, che non c’eravamo,
ne proviamo rimpianto. Ma c’è una profonda differenza fra «vivere, e
vivacchiare», ha detto Lunedì il Cardinale
Bagnasco alla
"Assemblea
Generale" della
"Cei".
Ha usato quella stessa "espressione" di Piergiorgio
Frassati che
Benedetto XVI
aveva ricordato pochi giorni fa ai "giovani"
in "Piazza San Carlo", a Torino.
Come se, in questa Italia, lo sguardo della "Chiesa" fosse rimasto
quasi il solo a ricordare che "tirare avanti", in un
"Paese", non basta. Che la vita di un "popolo" chiede altro:
un respiro più ampio, uno sguardo più lungo, dei "progetti", e in
fin dei conti una fondata "speranza". Lo sguardo della "Chiesa
Italiana" espresso da Bagnasco non calca su "inchieste",
"corruzioni", rendimenti di conti, "scandali". C’è un
"filo conduttore" invece che parla di "educazione",
di "famiglia", di contrasto al "declino
demografico", di lavoro da dare ai "giovani". Un
"filo" in cui la sfida della "educazione" è al primo posto,
«decisiva anche sotto il profilo "storico", "sociale" e
"politico"». Una sfida che, non accolta, porta alla «decomposizione
sociale». Come un’altra "agenda", un’altra serie di
"priorità" rispetto a quelle che si prendono i "titoli"
più grandi sui "giornali". Come una "sottolineatura" di
ciò che davvero è "vitale". In che cosa consiste questa differenza
di sguardo? È la stessa che spesso vediamo compiersi in chi mette al mondo dei
figli. Quando si diventa padri e madri si comincia a interessarsi, oltre che al
presente e a ciò che possiamo trarne, a quel che sarà dei figli, quindi al
futuro. La "paternità" è per quasi tutti la svolta per cui ci
interessa e ci preme una scuola che funzioni, una televisione decente, un
"ambiente sociale" in cui quei figli possano crescere, studiare,
lavorare. Siccome teniamo ai figli, ci interessa l’"avvenire". Lo
sguardo della "Chiesa" è segnato da questa stessa
"paternità": non si ferma al presente e ai suoi "boati", ma
indica un "progetto", un da farsi, un futuro. (E forse non è un caso
se un "Paese" dove il 50% delle famiglie non ha figli appare così
schiacciato sulle "contingenze", banali o scandalose che siano; e
così privo di slancio, così "asfittico" sui temi di scuola,
"educazione", "demografia", "occupazione
giovanile". Che cosa importa il futuro, se non si hanno "eredi"?).
Lo sguardo della "Chiesa" invece è segnato da questa
"paternità", da sempre incisa nel "pensiero cristiano". È
lo sguardo di una "continuità" e di una "speranza"; di una
radicale "fiducia" nella vita, di una tenace "certezza" di
un destino che non è un "caso cieco". In una "società" che
sembra chiusa stancamente su lotte di "potere", soldi,
"privilegi", "vizi privati" e "scandali" di cui
non ci si riesce neanche più a stupire ma solo a "sbadigliare", è,
questo sguardo, un atteggiamento profondamente "anti-conformista". I
figli, l’"educazione", la "speranza": parole a bassa voce
eppure così "contro-corrente", in questa Italia che "tira
avanti" e "sopravvive".